Finalità di questo Blog

Lo scopo di questo Blog "150° Unità d'Italia" è quello di raccogliere tutte le informazioni relative all'evento, e denunciare il tentativo di strumentalizzare la Storia ai fini anti italiani, così come denunciare l'impegno Istituzionale nel far passare questo importante traguardo il più inosservato possibile.

mercoledì 10 novembre 2010

Un altro saggio sconfessato dalla realtà dei fatti

Neoborbonici
Un altro saggio sconfessato dalla realtà dei fatti

Raccolta di articoli vari a cura di :

Istituto della Real Casa di Savoia
Ufficio Stampa

31 ottobre 2010

In un saggio a firma di Antonella Grippo e Giovanni Fasanella, intitolato “1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di scuola” (Sperling & Kupfer, 2010) si afferma: «L’Italia non è cambiata. È diventata quella che è oggi perché è nata così ed è
stata raccontata in un certo modo. La retorica risorgimentale è stata il tappeto sotto cui abbiamo nascosto la polvere per 150 anni. E così, se oggi si vuole capire questo Paese “malato”, affetto di vizi endemici che paiono inestirpabili, forse sarebbe bene ripercorrere i primi giorni della sua vita».

Siamo nuovamente davanti alle tesi storicamente infondate di certa propaganda neoborbonica, che sfrutta l’ignoranza storica dei più per scopi che, evidentemente, nulla hanno a che fare con il bene dell’Italia.


Ci limitiamo a ricordare, ad esempio, quanto afferma il docente napoletano Carmine Cimmino :
(“Il Mediano”, 14 agosto 2010):
“Avendo scritto dieci anni fa un libro sui briganti del Vesuvio, conosco perfettamente gli argomenti dei nostalgici dei Borbone.
Rispondo con dati tratti da documenti borbonici e da scrittori “borbonici“.
“Vorrei raccontarvi la vita quotidiana nei Comuni: la vita dei clan dei “galantuomini” e la vita dei “miseri”, così come viene descritta, con assoluta chiarezza, dalle relazioni degli Intendenti borbonici (i Prefetti di oggi), dagli atti comunali, dalle “suppliche“ che i parroci più sensibili rivolgevano alla Maestà del Re “umiliandosi davanti al trono”. Le carte borboniche non riescono a nascondere le storie dell’ordinaria sopraffazione e il dramma di una povertà che spesso alimentava un degrado morale intollerabile”.

Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, ricorda che :
(“La Stampa”, 1 novembre 2009).
“il Regno del Sud era un territorio profondamente depresso ed era almeno un secolo e mezzo indietro rispetto allo sviluppo del resto d’Europa. L’operazione fatta dai Savoia aveva un senso allora e ne ha uno ancora oggi, se guardiamo a come sono andate le cose in seguito. In qualche modo ha contribuito a far crescere il Mezzogiorno rispetto a ciò che era allora”.

Ernesto Galli della Loggia annota :
(“Corriere della Sera”, 29 agosto 2010)
“Almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene
assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori”. D’altra parte, Antonella Grippo si era già occupata di storia meridionale, pubblicando, nel 2008, un saggio dove il brigantaggio
veniva definito “guerra nazionale e religiosa”.
A parte i tantissimi sacrilegi compiuti dai briganti, ben documentati, che escludono l’aspetto religioso alla radice, tutti i veri storici hanno sempre escluso un qualunque aspetto “nazionale” (naturalmente duo siciliano) del brigantaggio.
Non fosse altro per il fatto che esso, com’è ampiamente provato, nacque e si consolidò già due secoli prima della spedizione dei Mille, venendo aspramente combattuto sia dai Borbone sia da Murat. A proposito dei primi, Dino Messina, giornalista meridionale ed articolista del Corriere della Sera, ricorda “i Borbone che già prima delle insorgenze del 1860 - 61, avevano sperimentato alleanze con la malavita. Il cardinale Ruffo, alla fine del Settecento, fu a capo di un esercito composto da lealisti e briganti per ristabilire il regno dei Borbone”.

Riteniamo dunque inattendibili le affermazioni di questa scrittrice e le ricordiamo quanto ha recentemente affermato Carlo di Borbone, Duca di Castro :
(“Corriere del Mezzogiorno”, 4 ottobre 2010)
“L’Unità d’Italia è un fatto indiscutibile. Rimette in discussione il passato solo chi ne ha paura. E chi ha paura non va avanti”.

lunedì 1 novembre 2010

Monarchia ed Unità

MONARCHIA E UNITA’

di Emilio Faldella

Pubblichiamo l’articolo sempre di grande attualità, dello storico Gen. Emilio Faldella apparso sul numero di dicembre 1961 del mensile “Critica Monarchica” che era diretto allora dall’amico Dr. Ing. Domenico Giglio.

In occasione della celebrazione del Centenario 1860-1861 scrittori e conferenzieri hanno posto il loro maggior impegno a rappresentare la Monarchia Sabauda, il Regno Sardo e le sue Istituzioni quali elementi ritardatori dell’ “unità”, quando non addirittura avversari dell’unificazione.


Questa tendenziosità si era già rivelata nella stessa impostazione delle celebrazioni, allorché, invece di ricordare il centenario della “proclamazione del Regno”, si volle commemorare il centenario dell’ “Unità”, raggiunta, invece, nel 1870.

Questi adulteratori della storia, non si erano però accorti che, in netto contrasto con le loro intenzioni, celebrare nel 1961 il centenario dell’“Unità”., significava riconoscere implicitamente che proprio la proclamazione del Regno era stata, dal 1861, fattore essenziale ed insostituibile del processo di unificazione politica, ma soprattutto dell’unificazione spirituale.
La dimostrazione di questa verità scaturisce da poche constatazioni, riferite agli avvenimenti salienti del Risorgimento: il decennio 1849-1859; le annessioni; la campagna del 1860; la costituzione dell’Esercito Italiano.

* * *

Nel decennio 1849-1859 l’ “unità” politica era un’utopia, che poteva essere oggetto di aspirazioni di filosofi; soltanto la “indipendenza” dallo straniero, e cioè la cacciata dell’Austria dalla penisola, appariva realizzabile, in un certo periodo di tempo e verificandosi favorevoli circostanze.
Non è possibile negare che al raggiungimento di questo obiettivo abbiano attivamente operato sia Vittorio Emanuele, sia il Governo Sardo e, in particolare il Conte di Cavour.

Si obietta: il Re era mosso da interesse dinastico, si atteneva alla linea direttrice della politica della Monarchia Sabauda, tendente all’espansione dei domini nell’Italia Settentrionale.
Ammettiamolo pure; è, però, ovvio che, attraverso questa ammissione, si dimostra che gli interessi e le aspirazioni della Casa di Savoia si identificavano con gli interessi e le aspirazioni degli Italiani che anelavano all’indipendenza dallo straniero.

C’è di più: quando ancora la unità politica era un’utopia, negli Stati Sardi si stavano già gettando le basi dell’unità spirituale e giuridica degli Italiani.
Infatti, nel decennio 1849-1859 il Regno Sardo rappresentò per i patrioti di ogni parte d’Italia il porto sicuro nel quale riparare, nel quale gli esuli - fossero monarchici o repubblicani - trovarono non soltanto asilo, ma campo aperto alle loro attività.
Italiani esuli dai loro paesi d’origine - per dire soltanto dei maggiori -furono accolti nell’Armata Sarda con gradi anche elevatissimi (i generali Cialdini, Cucchiari, Fanti, per esempio); altri divennero senatori e deputati, direttori di giornali, come il Massari, impiegati nelle pubbliche amministrazioni, professori nell’università.
I portici ed i caffè di Via Po, i salotti, le redazioni dei giornali, erano il “foro” nel quale l’idea dell’indipendenza era discussa propagandata, facendo della piccola Torino centro propulsore di un’azione per la quale gli Italiani di tutte le regioni si sentivano affratellati.
Non certamente ai mazziniani, ma al Re Vittorio Emanuele ed al Governo Sardo, nella persona di Cavour, va il merito della politica abilissima che preparò, attraverso la campagna di Crimea, la campagna del 1859. Ricordiamo il proclama di Mazzini ai soldati piemontesi in partenza per la Crimea, per invitarli a disertare ed a ribellarsi.

La funzione direttrice e catalizzatrice degli Stati Sardi ebbe influenza ancora più decisiva dopo la delusione di Villafranca.
Chi avrebbe allora osato parlare di “unità”? Sembrava persino utopia sperare ancora nella totale cacciata dell’Austria dalla penisola.
Unica soluzione, per il momento, appariva l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna e la ripartizione del rimanente d’Italia in un regno dell’Italia Centrale, voluto da Napoleone III, nel Regno delle Due Sicilie e negli Stati della Chiesa.

Mentre il Governo di Torino, con opera abilissima, cercava di evitare la reintegrazione dei sovrani spodestati nei Ducati e la restituzione della Romagna al Pontefice, la corrente rivoluzionaria sapeva soltanto creare nuove difficoltà, rivolgendo le proprie mire allo sviluppo di un’azione armata contro lo Stato Pontificio, rischiando di provocare l’intervento della Francia e la ripresa della guerra da parte dell’Austria, che aveva mantenuto un forte esercito nel Veneto.

Causa le mene dei rivoluzionari, incombeva sul Governo di Torino lo spettro di una seconda Novara che avrebbe fatto perdere tutti i vantaggi conseguiti con la campagna del 1859.

Chi mai avrebbe potuto, in otto mesi, fare dei preliminari di Villafranca, qualificati “maledetti” anche dal Cavour, i “benedetti” preliminari di Villafranca, rovesciare la situazione, giungere all’annessione dell’Italia Centrale e delle Romagne, se non il Governo di Vittorio Emanuele II, di quel Re che, proprio quando maggiore era stato lo smarrimento, aveva intuito grandi vantaggi che sarebbe stato possibile trarre dall’armistizio, ed aveva con la sua fede indirizzato il Governo sulla giusta via?

Da poche settimane era stato risolto il problema delle annessioni, col sacrificio di Savoia e di Nizza, prezzo pagato per tacitare Napoleone III, quando la Spedizione dei Mille suscitava una tempesta diplomatica.
I rivoluzionari accusarono allora Cavour di aver osteggiato la spedizione garibaldina e di essersene poi subdolamente servito per soddisfare interessi dinastici e, naturalmente, cento anni dopo le accuse sono state riprese e sviluppate, per cui Vittorio Emanuele II e il Conte di Cavour sono stati presentati come cinici sfruttatori della generosità garibaldina.

Per esprimere un giudizio sereno, bisogna tener presente che se il Regno di Sardegna aveva potuto farsi campione dell’Indipendenza dal dominio straniero, riscuotendo simpatie in Francia ed in Inghilterra, non poteva altrettanto apertamente farsi campione dell’Unità, poiché la realizzazione dell’unità implicava l’eliminazione di Stati, quali il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, e perciò urtava contro il principio della legittimità, che tutte le monarchie europee avevano sommo interesse a non lasciar intaccare.
Il Governo di Torino non poteva pensare di dichiarare guerra al Re di Napoli ed al Papa; avrebbe potuto, tutt’al più, intervenire, quando si fosse manifestata la necessità di “frenare” la rivoluzione, sperando di avere, per questa funzione, la tolleranza dell’Europa.
Perciò la rivoluzione nell’Italia Meridionale era nei piani di Cavour, purchè scoppiasse al momento opportuno e, nell’aprile-maggio 1860, il momento non gli sembrava - ed effettivamente non era - opportuno.

Non esisteva quindi, fra il Conte e la corrente rivoluzionaria un contrasto di fondo; il contrasto era limitato alla scelta del momento, Cavour desiderava soltanto avere a disposizione il tempo necessario per creare condizioni favorevoli nel campo diplomatico e, intanto organizzare l’amministrazione delle province allora annesse e, soprattutto, condurre fino ad un punto soddisfacente l’immane opera iniziata soltanto sei mesi prima per triplicare la forza dell’Esercito, onde essere in grado di fronteggiare un’eventuale - e tutt’altro che improbabile - ripresa della guerra da parte dell’Austria.
Dovette abbandonare scrupoli e timori, di fronte all’atteggiamento assunto dal Re Vittorio Emanuele che, spinto dal suo spirito battagliero, voleva “lasciar fare” a Garibaldi.

E’ assurdo sostenere che Cavour abbia avversato la Spedizione dei Mille; si dica piuttosto che l’ha tollerata. Ma come avrebbero potuto i Garibaldini raccogliersi in Genova sotto gli occhi delle autorità compiacenti, impadronirsi delle navi, salpare, giungere a Marsala, se Cavour avesse voluto impedirlo?

Egli chiuse gli occhi, fornì i mille fucili, inviò la Squadra Sarda da Livorno - dove avrebbe potuto agevolmente intercettare i due piroscafi garibaldini - a Cagliari, ben lontano dalla rotta che Garibaldi avrebbe seguito e, non appena avvenuto lo sbarco in Sicilia, lasciò Medici e Bertani liberi di arruolare volontari, imbarcarli e trasportarli a migliaia e migliaia in Sicilia.
E’ vero: Cavour si è servito della Rivoluzione per “fare l’Italia” con la Monarchia di Savoia. Però è anche vero che senza il prestigio della Monarchia e senza la “copertura” assicurata nel campo diplomatico dal Governo del Regno di Sardegna, nessuno avrebbe impedito interventi armati che avrebbero stroncato la campagna di Garibaldi. Soltanto il Governo Sardo, che offriva serie garanzie agli Stati europei che la "rivoluzione” non avrebbe avuto sviluppi pericolosi contro gli Stati della Chiesa, poteva evitare che Francia ed Austria intervenissero con le armi.

La tempesta suscitata dalla spedizione garibaldina si scatenò contro il Re e Cavour, qualificati da tutta Europa “filibustieri”; ambedue l’affrontarono con spregiudicata fiducia e rara abilità, coprendo le spalle a Garibaldi.
Poi - si sostiene - quando la Rivoluzione aveva vinto, la Monarchia si appropriò del regno conquistato e nemmeno fu riconoscente a Garibaldi ed ai suoi.

Ma era poi davvero “conquistato” il Regno di Napoli?

La battaglia del Volturno fu il canto del cigno dell’esercito dei volontari; smisuratamente ingrandito, aveva perduto in efficienza e si trovava di fronte l’esercito borbonico riordinato, che occupava piazze - Capua e Gaeta - che i Garibaldini non avrebbero mai potuto conquistare, mancando dei mezzi di assedio necessari.
Se la flotta francese impedì all’Armata Sarda di bloccare Gaeta, a maggior ragione lo avrebbe impedito a Garibaldi.

Le sorti del “conquistato regno” erano sospese ad un filo, filo che avrebbe dovuto reggere molto a lungo, filo corroso dai movimenti popolari legittimisti, già degeneranti nel brigantaggio, filo che le potenze europee avrebbero potuto recidere facilmente, se lo avessero voluto.
L’Europa poteva accettare il “fatto compiuto” soltanto se il Regno di Sardegna si rendeva garante dell’ordine; non avrebbe mai tollerato che l’Italia Meridionale diventasse focolaio di velleità rivoluzionarie.
Se l’Armata Sarda non fosse intervenuta, se il Governo di Torino non avesse preso in mano la situazione, lungi dal fare un passo innanzi verso l’“unità”, si sarebbe spezzata anche l’unità dell’Italia Meridionale, poiché già si voleva una repubblica in Sicilia ed una repubblica a Napoli.

Il Governo di Torino, funzionari inviati nelle province appena annesse, commisero errori, volendo estendere a tutta la penisola sistemi che andavano bene nelle province del Regno Sardo, ma che non erano facilmente accettabili da popolazioni in grande maggioranza misere, e che però non conoscevano tasse, obblighi di sevizio militare, giustizia imparziale e severa.
Gli errori non annullano l’importanza del fatto essenziale: soltanto l’annessione al Regno Sardo e la successiva trasformazione di questo in Regno di Italia, potè consolidare e rendere duratura la vittoria della rivoluzione.

Di pari passo con l’azione politica che, dall’aprile 1859 alla primavera del 1861, in meno di due anni, trasformava uno Stato di cinque milioni di abitanti in uno di oltre venti milioni, si svolgeva l’organizzazione di quello che, il 4 maggio 1861 sarebbe diventato Esercito Italiano.
In meno di due anni le cinque divisioni dell’Armata Sarda diventarono dieci e, nell’anno successivo, venti, incorporando uomini di tutta la penisola, ufficiali provenienti da tutti gli eserciti disciolti.

Dai 2500 ufficiali mobilitati con l’Armata Sarda nel 1859, si giunse nel 1862 a 15.000 ufficiali, incorporando, fra gli altri circa 1.500 lombardi; 1300 dell’Italia Centrale, altrettanti dell’Esercito delle Due Sicilie; 2.000 ufficiali garibaldini.
E da questi ultimi, tutti repubblicani di sentimenti, provvenero i nostri generali che divennero fedelissimi servitori della Monarchia: dal Bixio al Medici, al Sirtori al Cosenz, che fu il
preclaro capo di stato maggiore dell’Esercito. Questo “amalgama”, mediante il quale, pur superando gravissime difficoltà e malgrado seri inconvenienti, fu costituito quell’esercito che il Settembrini definì “il fil di ferro che ha cucito insieme l’Italia e la mantiene unita”, non è un “miracolo”.

Fu il risultato di un’azione ispirata dalla Monarchia che rimanendo al di sopra di divergenze di opinioni, ispirò in tutti tale fiducia e devozione, di poter assolvere una preziosissima funzione unificatrice.
Tanta fu la forza spirituale che essa irradiò, che fece dei più accesi repubblicani i fedeli del Re.

Né va dimenticato l’apporto che alla creazione del grande Esercito diede l’Armata Sarda col prestigio, gli ordinamenti, la scrupolosa amministrazione, la solidità e la fedeltà dei quadri e della truppa.
Sarebbe certamente stato preferibile che l’incontro di Teano fosse stato più calorosamente cordiale, che fra i seguiti del Re e del Condottiero fosse regnato maggior cameratismo, che l’assorbimento dei volontari fosse stato effettuato con maggior generosità.

E’ però il che le reciproche incomprensioni fra Esercito regolare e corpi volontari erano giustificate da circostanze che, allora, apparivano più gravi quanto ci appaiano ora.
I volontari, da parte loro, non agevolarono fusione, pretendendo lungo tempo di costituire un esercito a sé, distinto da quello regolare, che era assurdo in Stato unitario.

Questo prova quanto poco unitario” fosse lo spirito animava gli uomini della “rivoluzione” e di conseguenza, quanto provvidenziale sia l’azione svolta dal Governo Sardo per superare esclusivismi e personalismi, divergenze tendenze e di opinioni, che avrebbero ostacolato se non impedito lungo tempo il compimento del processo unitario.

Checché dicano e scrivano gli storici che, per giustificare la Repubblica, hanno bisogno di negare anche i meriti che la Monarchia ha acquisito durante il Risorgimento, affermiamo che senza la Monarchia Sabauda il cosiddetto “miracolo” dell’“unità”, realizzato in soli due anni sarebbe rimasto a lungo un’utopia di filosofi e di pensatori.

Tratto da : http://italia-reale.alleanza-monarchica.com/

giovedì 28 ottobre 2010

Il paradosso di un Paese diviso sull’Unità

Il paradosso di un Paese diviso sull’Unità che lo ha fatto grande

di E. Galli della Loggia
6 ottobre 2010

Le attuali celebrazioni dell’anniversario dell’Unità stanno confermando un carattere particolare e se si vuole bizzarro della nostra vita pubblica: tra i grandi Paesi europei siamo il solo la cui esistenza come Stato ha dato luogo tra i suoi stessi cittadini a forti, spesso radicali, dissensi interni. Che di fatto durano ancora oggi: praticamente su tutto, sui modi della nascita dello Stato stesso (assenza di una vera partecipazione popolare, assenza dei cattolici, «annessionismo» piemontese, eccetera), sull’inadeguatezza militare mostrata e dunque sulla dipendenza dall’aiuto straniero, sulla forma dello Stato (monarchia o repubblica, accentramento o federalismo).
Questo paradossale carattere divisivo dell’Unità italiana si è venuto rapidamente calando in quella che è diventata la divisione principe della nostra storia contemporanea: la divisione Nord e Sud. Che oggi, non a caso, è quella che più anima e spesso esaspera la discussione sull’Unità: con al Nord una Lega che agita a scadenza fissa la bandiera della secessione, mentre al Sud diventano sempre più numerosi coloro che si propongono d’imitarla, dando vita ad un partito del Sud e accontentandosi per il momento di riconoscersi in un libro colmo di invenzioni strampalate e di fole come Terroni.
Come si spiega il paradosso di cui sto dicendo? Credo con due ragioni: la prima è che la lotta per la nascita dell’Italia corrispose, in una misura che abbiamo dimenticato, anche ad una guerra intestina tra italiani (che non ha certo ben disposto i perdenti). E in secondo luogo con il fatto che tutte le culture politiche dell’Italia del Novecento (da quella dei cattolici a quella del fascismo e del comunismo gramsciano) si sono costruite a partire da una critica più o meno radicale al Risorgimento. Cioè al modo, per l’appunto, in cui l’Italia è nata.
Eppure bisogna avere il coraggio di dirlo: la storia dell’Italia, dello Stato nazionale italiano, è stata senza alcun dubbio una storia di successo. Certo, il merito lo ha avuto anche quella cosa che ha riguardato tutti i Paesi e che si chiama il progresso. Ma se negli ultimi 150 anni gli italiani, tutti gli italiani, hanno mangiato, abitato, vissuto incomparabilmente meglio dei loro antenati, se hanno avuto la possibilità di curarsi, di istruirsi, di leggere un libro, di assistere ad uno spettacolo, di conoscere il mondo, in una misura anche 50 anni fa inimmaginabile, lo devono perlopiù solo all’esistenza di quella gracile creatura nata nel lontano 1861. La quale, venuta alla luce da una incredibile avventura grazie specialmente alla politica, sempre grazie a questa, attraverso i diversi regimi, è riuscita a mobilitare le risorse necessarie per raggiungere i traguardi appena detti.
L’iniziativa del «Corriere» vuole servire soprattutto a questo: a ricordarcelo. Vuole servire a renderci consapevoli, attraverso una panoramica sulle dimensioni cruciali della nostra vita collettiva, che l’Italia unita ha rappresentato lo strumento decisivo per la nostra emancipazione culturale, civile ed umana. L’Italia, lo Stato italiano, di cui tutti pure conosciamo i mille difetti, le mille inadempienze, le mille miserie ma che alla fine è il solo paese che abbiamo: il nostro Paese. Perché buttarlo?

Tratto da : "Il Corriere della Sera" - mercoledì 6 ottobre 2010

martedì 26 ottobre 2010

Italia 2011, polvere di patria

Italia 2011, polvere di patria

di Walter Barberis
03 ottobre 2010

Lo spirito nazionalistico del 1911 e l'ottimismo del 1961 sono scomparsi. Più che alla celebrazione, i 150 anni dell'Unità invitano alla riflessione.A sei anni dalla prima edizione torna in libreria il saggio di Walter Barberis Il bisogno di patria (Einaudi, pp. 141, e10). Anticipiamo uno stralcio della nuova introduzione.

I prossimi mesi saranno verosimilmente testimoni di una ricorrenza di parole orientate a ricordare l'anniversario dei 150 anni dell'unità d'Italia. Fra queste parole, patria, come sinonimo di comunità nazionale, magari con qualche scivolamento verso un nuovo concetto di cittadinanza, potrebbe riprendersi un certo spazio nel discorso pubblico.

È ovvio che le celebrazioni comportino il rischio di un uso retorico della lingua; ed è più che probabile che significati ormai desueti di un termine come patria possano cumularsi insieme a una più aggiornata connotazione di senso. Certo è che il 2011 non potrà ripetere intonazione e contenuti dei discorsi celebrativi diffusi nel 1911 o in occasione del centenario del 1961.

Semplicemente, la nostra epoca non è in sintonia né con gli ardori dello spirito nazionalistico e dinastico che segnò gli anni che precedettero la Prima Guerra mondiale, né con l'ottimismo degli anni del boom economico e della trasformazione degli italiani in fiduciosi neofiti di una società dei consumi. Anzi, i nostri sono tempi in cui pare serpeggiare un accentuato disincanto nei riguardi di un discorso pubblico che faccia leva su sentimenti di appartenenza a una comunità nazionale.
Questo esplicito scetticismo riverbera, semmai, la tendenza a rivalutare quelle dimensioni e tradizioni locali che a non pochi padri della patria erano parsi i limiti di una compiuta unità istituzionale. La cinta municipale e l'ombra corta del campanile sempre più di frequente tornano a definire l'area degli sguardi individuali e il raggio d'azione di interessi particolari e privati; è logica conseguenza che ne soffra quella visuale di più lunga gittata, cioè nazionale e sovrannazionale, che pareva fino a pochi anni or sono una acquisizione scontata.

D'altra parte, ogni epoca interroga il passato con la richiesta di una risposta utile al presente, o in ogni caso consonante con lo spirito del tempo. E oggi corre il tempo in cui conciliazione, condivisione e concertazione sono termini d'uso corrente, a significare soprattutto che, a partire dai principali attori politici ed economici fino ai corpi sociali più periferici, gli elementi di divisione e di discordia sono spesso prevalenti su quelli connettivi ed inclusivi. Dunque, è assai probabile che il richiamo alla data fatidica del 1861 non infiammi i sentimenti dei più; e che allora, auspicabilmente, si presti almeno ai toni della riflessione se non a quelli della celebrazione.

Non è un mistero, peraltro, che il corso di questi 150 anni di esperienza unitaria sia stato ricco di acquisizioni, ma anche segnato da fenomeni antichi e recenti che non hanno veramente cooperato alla formazione di una coscienza pubblica e nazionale. Fin dagli anni cruciali che hanno inaugurato l'unità, lo Stato italiano ha dovuto fronteggiare qualcosa di più forte di una semplice controversia sulla forma di governo. Del disagio a sottostare a una nuova istituzione centrale sono state sintomatiche ed esemplari le insorgenze nel Mezzogiorno, parte aurorale di una «questione meridionale» che ha attraversato tutto il Novecento come una formula rituale.

Per altri versi, la grande industria, quella che aveva portato l'Italia fra le prime cinque potenze del mondo, si è gradualmente dissolta; e con essa è scomparsa la grande fabbrica fordista, il luogo imponente che aveva affiancato nel lavoro milioni di persone, convenute dai quattro angoli della Penisola in quel Nord che aveva fisicamente e culturalmente contribuito alla integrazione di italiani diversi. Ora, le mille piccole e medie imprese, che sono la base virtuosa e l'ossatura forte della nostra economia, sono anche la manifestazione di un capitalismo pulviscolare che non agisce più come decisivo fattore aggregante.

Come nuovi pionieri, i produttori delineano traiettorie individuali, tratteggiano la mappa di interessi puntiformi, costituiscono i nodi di una rete estesa, dinamica, ma non inclusiva. In questa rete, oggi, rimangono impigliati i più fortunati fra coloro che vengono in Italia a cercare strade nuove. E sono proprio questi nuovi soggetti a ricordarci che la storia italiana è stata anche storia di migranti: quei 29 milioni di uomini e donne, che hanno lasciato città e paesi del Nord e del Sud in poco meno di un secolo, spesso riscoprendo la loro italianità giusto al momento di integrarsi in una comunità d'origine in terra straniera. Sono loro, le loro memorie e le loro storie di vita a cui forse dovremmo guardare oggi, ripensando alle modalità di accoglienza dei nuovi immigrati e alle nuove frontiere di una adeguata, comune cittadinanza. Su questo difficile terreno, spesso, è parsa camminare più speditamente la Chiesa. Ma a sua volta, la Chiesa, il soggetto più radicato nel tessuto plurisecolare della storia italiana, è tornata ad essere fonte o occasione di ulteriori contrasti.

Non a caso, tuttavia, questa che viene avvertita come una esorbitanza dai confini della propria sfera di azione da parte della Chiesa è l'occupazione di spazio che fino a non molto tempo fa era quello della politica: lo spazio dei partiti, vituperati senza superarne lo spirito di fazione, sostituiti da nuove formule organizzative ed elettorali, e già rimpianti. In effetti, sciolti in generiche correnti di opinione, nebulose e dagli incerti riferimenti morali, quei partiti hanno lasciata ineguagliata la capacità di riferirsi a tradizioni e insieme a prospettive di futuro. Quello spazio pubblico e aperto, quella piazza, spesso fisica, con il suo selciato e le sue quinte architettoniche, era il luogo del confronto pubblico, e naturalmente dello scontro: ma lì gli italiani, divisi dalle opinioni e dalle scelte di campo, erano però uniti da analoghe pratiche di partecipazione e da un comune interesse per la cosa pubblica, dalla stessa voglia di un domani, per quanto orientato a soluzioni diverse. Quello spazio politico è stato un luogo di avvicinamento, dove le passioni si sono lambite favorendo l'incontro e il confronto fra le persone.

In una Italia toccata in profondità dalla sua inclinazione a frammentarsi, a dividersi in fazioni fino a polverizzarsi, la dissoluzione di quello spazio ha lasciato dietro di sé l'indifferenza dei più, la privatezza delle prospettive, l'operatività apparente e virtuale della piazza televisiva. È un dato di fatto che negli ultimi anni, i lampi di una coscienza nazionale, il senso di appartenenza a una comunità, siano apparsi raramente, in occasione di una importante manifestazione sportiva o nella contingenza di qualche avvenimento luttuoso. Lasciando la parola «patria», non senza vaghezza, a echeggiare distratte forme di solidarietà alle nostre forze armate, impegnate su fronti di guerra in inedite missioni umanitarie e di peacekeeping.

Come figli di una famiglia senza armonia e senza memorie, gli italiani si sono spesso cresciuti da soli, superando la solitudine con cinismo, con opportunismo, con diffidenza, talvolta con esibizionismo. Ignorando le ragioni e l'utilità di una salvaguardia dell'interesse generale. È così che l'idea di patria si è di volta in volta caricata di significati che invece di tendere all'unità hanno accentuato visioni faziose, volte all'esclusione. Oppure è stata un'idea semplicemente rifiutata, rimpiazzata da snobistici atteggiamenti di eccentricità, di distanza dai comportamenti di altri popoli e di altri Paesi. Come se la mancanza di un'idea di comune appartenenza fosse un sicuro vantaggio, di per sé un requisito di modernità. Come se non contassero antiche comunanze di lingua, di religione, di arti, di letterature, di industrie; oppure, come se evadere il fisco, sottrarsi ai doveri civici, vivere di raggiri della norma e dei codici fossero altrettante prove di avanzamento civile.

Tratto da : www.lastampa.it/

sabato 2 ottobre 2010

Facciamo sentire la nostra voce !!!

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 LA NOSTRA VOCE IN DISSENSO


INDICE

Monarchia ed Unità
Articolo di Emilio Faldella dalle pagine di
“Critica Monarchica” diretto allora dal Dr. Ing. Domenico Giglio.
Dicembre 1961

Articolo dell’Avv. Roberto Vittucci Righini
Novembre 2009

Esami di Storia
dal Direttore della Biblioteca storica di Pietramelara "Regina Margherita" - Prof. Giuseppe Polito
30 marzo 2010

Dissenso di Alberto Conterio
Aprile 2010

Noi Leghisti i veri Eredi dei Mille
Osservazioni di Alberto Conterio
Maggio 2010
Precisazioni di Alberto Conterio
Ottobre 2010

Un pò di buonsenso per il Risorgimento
dall'Istituto della Real Casa di Savoia
18 Ottobre 2010

Per la verità storica sul Risorgimento
dal Direttore della Biblioteca storica di Pietramelara "Regina Margherita" - Prof. Giuseppe Polito
19 ottobre 2010

"1861" Senza dimenticare Re Vittorio Emanuele II
Tricolore Agenzia Stampa No. 5239 - 27 Ottobre 2010

La sicilia ed il Mezzogiorno erano aree sottosviluppate
di Pasquale Hamel - 27 Ottobre 2010

Un altro saggio sconfessato dalla Realtà
dall'Istituto della Real Casa di Savoia
31 Ottobre 2010

Un esempio da seguire ed uno da fuggire !
Lettera aperta di Alberto Conterio
2 Novembre 2010

La cultura anti-unitaria degli italiani
Tratto da : lsdmagazine.com
7 Dicembre 2010

Alla repubblica serve una Legge per sentirsi italiana
Articolo di Alberto Conterio su Opinioni Monarchiche
13 Gennaio 2011

La decadenza della repubblica
Articolo di Monarchico.blogspot.com
22 Gennaio 2011

Epilogo al programma per il 150° della proclamazione del Regno d'Italia
Articolo di Alberto Conterio su Opinioni Monarchiche
24 Gennaio 2011

Presentare le armate risorgimentali come fa il regista Martone è ridicolo e offensivo.
Articolo di Aldo Cazzullo, pubblicato a pagina 17 del settimanale "Sette",
inserto del Corriere della Sera (n° 4 del 27 gennaio 2011).

di Sergio Romano
Dal “Corriere della Sera” La lettera del giorno
30 gennaio 2011

Questa volta ci si diverte !
La cicala salterina
9 febbraio 2011

Lettera a "Il Biellese" - Ebrei e Risorgimento
Alberto Conterio
4 maggio 2011

Lettera a "Il Biellese" - Milano 1898
Alberto Conterio
9 maggio 2011

Smascherata la posizione di falsa revisione storica di Angela Pellicciari.
Avv. Massimo Mallucci
8 ottobre 2011

Risorgimento alla rovescia


Chiedo alla Redazione de “Il Biellese” la gentilezza di poter fare alcune precisazioni di carattere storico, alla lettera del Sig. Costante Giacobbe, apparsa martedì 28 settembre, in cui con una serie di fantasie e di banalissimi luoghi comuni, si pretende di contestare il Risorgimento.
E’ chiaro che in una Paese come il nostro, agitato da una politica che fa teatro, ed un teatro che pretende di dettare la politica, le falsità possano sembrare verità, ma la storia per fortuna risponde ancora alla semplice regola dei documenti e dei fatti.


In quest’ottica, mi preme ricordare non solo al gentile Sig. Costante Giacobbe, ma a tutti i lettori di questo giornale, che il brigantaggio nel sud Italia, non è nato all’alba dell’Unità come si vuol far credere in opposizione ai cattivi Piemontesi conquistatori, ma era già ben radicato in quelle province tanto da far parlare gli studiosi in merito, di “fattore endemico del sud”. Per ragioni di spazio non citerò testi ed autorevoli autori a difesa di ciò. È sufficiente infatti, leggere gli ultimi articoli apparsi su “Il Corriere della Sera” il 29.08.2010 a firma Giuseppe Galasso e sul “Il Sole 24 Ore” di inizio settembre a firma Alberto Casirati, per capire che il brigantaggio, era già presente a fine ‘700 prima ancora della calata rivoluzionaria francese nella penisola. Queste bande organizzate, servivano i baroni ed i grossi latifondisti locali per fruttare il popolo nella paura. Murat, Re di Napoli grazie alle baionette napoleoniche, dovette combattere il brigantaggio quando questo si rifece il trucco e divenne legittimista per comodo, per tornare ad essere quello che era sempre stato al ritorno sul trono dei legittimi Borbone. Tanto è vero, che i Borbone tra gli anni 1820 e 1848, scatenarono una vera guerra interna nel tentativo di debellarlo.
Per quanto riguarda la florida economia del meridione pre-unitario, possiamo consultare per brevità, Montanelli nella sua “Storia d’Italia”. Le industrie, ad esempio, erano attive in buona parte, grazie a dazi che potevano arrivare anche al 100%. Questo fece si che quando il meridione venne unito al resto d'Italia, le “famose” industrie del sud, si trovarono senza protezionismo e fuori mercato perché non competitive e incapaci di esserlo per cattive abitudini clientelari.
Passando ai primati tecnologici, si ricorda sempre la ferrovia Napoli Portici. Inaugurata nel 1839, la prima in Italia. 20 anni dopo però, la Napoli portici era sempre… la Napoli Portici, mentre in Piemonte i chilometri di ferrovia erano oltre 900, 500 in Lombardia e addirittura 250 nella rurale Toscana. Se è vero che la flotta mercantile napoletana era annoverata tra le più numerose del mondo, dovremmo chiederci a cosa servissero tutte quelle navi, se la mole dei traffici commerciali con l’estero, era nettamente inferiore a quello fatto registrare dalla piccola flotta mercantile Sarda. La risposta ancora una volta, viene dai documenti di carico e dai diari di bordo nei bastimenti. In un Reame dove non esistevano (quasi) le strade interne, le navi venivano impiegate soprattutto per il collegamento tra le principali città navigando sotto costa !
Ma le casse del Piemonte erano vuote, e quelle Borboniche stracolme di denaro, amano urlare gli amici neo-borbonici ! Bella scoperta, in Piemonte il denaro servì a finanziare la costruzione di infrastrutture e scuole e a pagare i debiti contratti nelle campagne militari o in riparazione di guerra per l’unificazione. Vale la pena di ricordare opere quale il Canale Cavour, o l’inizio dei lavori al traforo del Frejus nel 1857. Tutte opere costose al tempo quanto utili ancor oggi, mentre al sud, si depositava il denaro nei forzieri, senza ricadute e benefici sociali.


(la lettera del Sig. Costanzo Giacobbe del 28 settembre 2010)

Concludendo, e cercando di uscire da questa dannosa retorica, del pro e contro, quali sono i benefici pratici portati in dote al sud, dall’Unità d’Italia ?
Giustino Fortunato, meridionale e meridionalista scrisse : “Eravamo ancora, nel 1860, sul limitare del medio evo, quando, di botto, fummo cacciati nell'età moderna; o meglio, le due età s'incontrarono a un tratto, si mescolarono, si confusero nel modo più singolare e per via de' più stridenti contrasti. Nessun paese, per ciò, è più arretrato del nostro nel sentimento della libertà.”
Ecco, …lo Stato unitario portò in dote con lo Statuto Albertino un sistema democratico, da perfezionare certo, ma finalmente palpabile, base di ogni sviluppo e società moderna . Al tempo ciò, non doveva essere poca cosa se centinaia di patrioti meridionali erano stati pronti per esso a sfidare la forca. Troppo poco ? Allora citiamo Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio, che in un esemplare articolo sempre su “Il Sole 24 Ore” di agosto di quest’anno, per zittire una serie di variopinti articoli contro l’Unità del nostro Paese, firmati da “grossi nomi” del giornalismo italiano, ha voluto ricordare che grazie alla legge Casati, del febbraio 1860, e subito estesa alle province meridionali riunite alcuni mesi dopo, fu possibile la scolarizzazione di massa della popolazione e l’inizio dell’emancipazione femminile. Con questa Legge infatti, si creò la figura della Maestra, prima professione in Italia capace di portare le donne nel mondo del lavoro, e con essa si diede l’avvio alla scolarizzazione effettiva delle aree rurali, ma soprattutto, delle bambine, strappandole dalla loro secolare miseria, schiavitù e sottomissione.
Se questi argomenti oggi, …a pancia piena e a mente annebbiata dal caos che viviamo, possono sembrare piccole cose, è sufficiente rifletterci un istante con serenità, perché acquisiscano l’importanza di una rivoluzione epocale. Senza l’Unità d’Italia ciò non sarebbe stato possibile.

Bene ha fatto quindi il Sindaco di Marsala a ricordare nel 150° anniversario dello sbarco dei Mille, la “Storia”, non per dovere istituzionale, alla quale alcuni Sindaci del nord hanno già pensato di sottrarsi per opportunismo o ignoranza, ma per la consapevole gratitudine a quel preciso momento storico, che segnò per la Sicilia e per noi tutti il passaggio ad una nuova era !

Alberto Conterio
Commissario per il Piemonte di
Alleanza Monarchica - Stella e Corona