Finalità di questo Blog

Lo scopo di questo Blog "150° Unità d'Italia" è quello di raccogliere tutte le informazioni relative all'evento, e denunciare il tentativo di strumentalizzare la Storia ai fini anti italiani, così come denunciare l'impegno Istituzionale nel far passare questo importante traguardo il più inosservato possibile.

venerdì 15 gennaio 2010

Non si può costruire uno spirito unitario con secoli di ritardo - Risposta

«Non si può costruire uno spirito unitario con secoli di ritardo»

Il Giornale.it - mercoledì 13 gennaio 2010

di Matteo Sacchi

l’articolo…

Romano Bracalini è un giornalista e uno storico molto attento alle vicende del nostro Paese. Nei suoi libri è riuscito a cogliere pensieri e costumi degli italiani (Otto milioni di biciclette - La vita degli italiani nel Ventennio; Paisà. Vita quotidiana nell’Italia liberata dagli alleati) dedicandosi anche, con cura meticolosa, alla ricostruzione del periodo risorgimentale (Cattaneo. Un federalista per l’Italia unita; Non rivedrò mai più Calatafimi; L’Italia prima dell’unità).

Sul tema «cosa vuol dire essere italiani?» ha idee molto chiare.

Esiste l’«italianità»? Un quid, un qualcosa che ci consente di identificarsi subito come popolo?

«Il fatto che il dibattito su questa questione si apra così tardi dà subito l’impressione che il dibattito venga fatto per correre ai ripari. Questa è già una risposta... In Francia e in Germania si discute di questi temi da moltissimo tempo ma nessuno si pone davvero il problema se esista o meno un’identità nazionale, è data per scontata».

Invece da noi manca un’identità?

«Secondo me un’identità italiana non esiste. Esiste un simulacro di identità. È un’evidenza storica che il nostro Paese ha raggiunto l’unità in un modo singolare e dopo quattordici secoli di divisioni. Anche la Germania si è unificata tardi ma con le sue forze, o meglio con quelle della Prussia, e con un progetto largamente condiviso... L’Italia è stata unificata da una monarchia mediocre, molto poco italiana, che si è mangiata l’Italia foglia a foglia, come un carciofo. Non sono le basi giuste per un comune sentire».

Ma allora che modello possiamo proporre a noi stessi e agli immigrati che arrivano nel nostro Paese?

«Altri Paesi come la Francia affrontano il problema da molto più tempo e nonostante tutto sono riusciti a non farselo sfuggire di mano. Qui da noi mi sembra evidente che lo Stato sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi. E dovendo confrontarsi con il fenomeno dell’immigrazione i risultati sono evidenti».

Quello che è accaduto in Calabria?

«La situazione è precipitata perché lo Stato lì non esiste. Nel nord del Paese l’immigrazione ha un impatto diverso perché sono diverse le condizioni materiali e la presenza delle istituzioni».

Come si fa a ricostruire l’idea di nazione partendo da questi dati di fatto? Perché non è che, dopo centocinquant’anni, ci si può limitare a dire: beh ci siamo sbagliati...

«Bisogna prendere atto della morfologia del Paese, tenendo conto delle diversità. Noi abbiamo una lunghissima tradizione di pensiero regionalista che è rimasta sempre minoritaria e inascoltata. È quella la via da seguire. Bisogna creare il federalismo che non è per forza quello di marca leghista. Pensi a Cattaneo o alla lunga tradizione delle autonomie siciliane. Quello è il meglio della nostra storia... Non si possono mettere a posto le cose guardando, invece, sempre al peggio. Al centralismo, alla burocrazia...».

Ma si può fare uno Stato senza nazione?

«Gli svizzeri ci sono riusciti e piuttosto bene. E spesso il nazionalismo, soprattutto dove la nazione non c’è, si trasforma in un meccanismo pericoloso. Crispi capendo che l’unità nazionale era debolissima puntò sulle guerre d’Africa. E dopo è arrivato l’imperialismo straccione di Mussolini. L’otto settembre è stato il fallimento definitivo di quel tipo di patria e di quel tipo di unità... Oggi siamo ancora qui a raccoglierne i cocci. Senza contare che per lungo tempo la chiesa cattolica ha avuto le sue responsabilità nell’impedire la creazione di uno spirito nazionale e che dopo il ’45 il partito comunista non ha certo contribuito a rafforzare un ideale nazionale. Sino agli anni Ottanta il Pci aveva una sorta di patriottismo sociale ma sentiva l’Urss come la vera nazione di riferimento...».

Un luogo comune: gli italiani si sentono italiani solo e soltanto in odio a qualcun altro...

«È un retaggio del nostro antico spirito di fazione è quel “Dio stramaledica gli inglesi” con cui il fascismo ha dato il peggio di sé. È sottocultura, è provincialismo. Come diceva Cattaneo per amare la propria patria non c’è bisogno di disprezzare le altre. Spesso però in Italia per mancanza di altro ci si è attaccati a quel disprezzo»

la risposta…

Per fortuna, come dice Matteo Sacchi nel suo articolo, Romano Bracalini è un giornalista e uno storico molto attento alle vicende del nostro Paese. In caso contrario altrimenti, cosa avremmo dovuto leggere ?

Focalizziamo di questa intervista, i punti salienti del suo italico pensiero :

- Il Paese ha raggiunto l’unità in un modo singolare e dopo quattordici secoli di divisioni.

- L’Italia è stata unificata da una monarchia mediocre, molto poco italiana

- Crispi capendo che l’unità nazionale era debolissima puntò sulle guerre d’Africa. E dopo è arrivato l’imperialismo di Mussolini.

- Un’identità italiana non esiste

- Sembra evidente che lo Stato sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi.

Cominciamo con il dire che in questa intervista non si registra nulla che già non sia stato detto, e che per essere dei giornalisti, queste ovvietà, le abbiamo divulgate anche male e con parecchie lacune. Sono insomma una serie di luoghi comuni che qualunque italiano cresciuto a domenica sportiva, Pippo Baudo e grande fratello poteva sciorinare nella metà del tempo e delle parole impiegate nell’articolo da Matteo Sacchi e dallo “storico” Brancalini. Veniamo ai punti…

L’Italia ha raggiunto l’unità dopo quattordici secoli di divisioni si asserisce nell’intervista. Sarà forse colpa degli italiani, se con la caduta dell’Impero Romano, il nostro territorio - di importanza strategica - è diventato l’ambito “premio” di ogni Imperatore in erba, e poi, di ogni potenza straniera fino a metà ottocento ?

Sarà forse l’ennesima colpa dei Savoia aver tentato con i mezzi a disposizione la sua riunificazione riuscendoci in poco più di vent’anni ?

Possiamo noi, figli di questa repubblica, giudicare ciò, quando siamo abituati a dover constatare che oggi, anche una semplice riforma della scuola pubblica, della giustizia o della sanità, richiede tempi biblici con esiti tutt’altro che scontati e positivi ?

L’Italia secondo costui però, è stata unificata da una Dinastia mediocre e poco italiana : Complimenti per l’originalità. In una righina stringata infatti, si è riusciti a comprimere fandonie infinite. Ragionando alla rovescia però, ci si rende conto di quanta demagogia pesi sul pensiero di questo “intellettuale”.

Torniamo all’Unificazione, poco più di vent’anni, per sconfiggere sul campo o con l’ausilio di intelligenti trattati ed alleanze, uno degli Imperi continentali più potenti al mondo. Non solo, ma questa Dinastia di mediocri, v’è riuscita sul filo di un cambiamento epocale, che vedeva l’evolversi delle società più avanzate dell’epoca, in Democrazie (con le buone o con le cattive) partendo da istituzioni assolutiste, che in molti casi, oltre al trono, persero anche la testa.

Aggiungerei, la raccolta del consenso. Questo, se non proprio assoluto e popolare, fu un processo importante ed innovativo, rivolto almeno a tutta quella classe di persone che avevano un’istruzione, o che avevano aperto nel nostro Paese la strada allo sviluppo sociale, industriale ed economico. Casa Savoia cioè, raccoglie il consenso dell’Italia che contava o che avrebbe voluto contare o contare di più. Questa forse è “mossa” più rivoluzionaria e riuscita dell’impresa.

L’Augusta Casa di Savoia insomma, può anche non esserci simpatica, ma non si può certo affermare che fosse una Dinastia di mediocri. Considerando che alle spalle aveva, un territorio non certo ricco, ed una popolazione esigua, l’impresa ha dello straordinario, ma tant’è, il doppio peso anti Savoia diffusissimo oggi, ci fa talvolta scrivere e dire asinate, come ad esempio quella di asserire che Casa Savoia non fosse italiana.

Casa Savoia infatti, fu la prima Dinastia in Italia a considerare ufficialmente la lingua italiana, lingua di Stato. Emanuele Filiberto Duca di Savoia, già nel 1562, trasferendo la capitale da Chambery a Torino, indico ai suoi eredi in modo chiaro, quale da allora sarebbe stata la strada da percorrere, decretando inoltre che tutti i documenti di Stato fossero da quel momento scritti o trascritti in lingua italiana. Il fatto ha importanza tale, che spronò il Torquato Tasso, a scrivere di Emanuele Filiberto Duca di Savoia, in buon Italiano: "il primo e più valoroso e glorioso Principe d’Italia".

Tutti i sovrani Savoia da allora hanno sempre parlato Italiano oltre alle altre lingue di maggior uso in uso in Europa, fedeli da allora alla loro vocazione italiana. Se i più “informati” ci ricordano che a corte, si parlava in francese, non staremo neppure a perdere il tempo a spiegare a questi individui, che non era un vezzo di Casa Savoia. Era infatti una necessità pratica della corte stessa, che vedeva convivere tra loro parenti di diverse nazionalità, e numerosi plenipotenziari, ambasciatori e ministri stranieri.

Ciò succedeva nelle Corti di tutti gli stati d'Italia, ed era normale anche all'estero. A San Pietroburgo a Corte si parlava Francese, così come alla Corte di Fedrico II di Prussia e in tanti altri grandi Paesi del tempo. La lingua internazionale del tempo infatti, era il Francese, utilizzata anche dagli ambasciatori Inglesi, fino a poco prima dell'ultima guerra !

Crispi puntò sulle colonie così come fece il Duce, per nascondere una debole Unità nazionale ? Possiamo dire e scrivere tutto quello che vogliamo in merito, anche stravolgere la verità. Chiediamo però al Sig. Brancalini di spiegarci come mai, tra gli emigranti italiani sparsi in tutto il mondo, quando si ebbe notizia che l’Italia era entrata in guerra nel maggio 1915, si fece a gara, per rientrare in Patria per arruolarsi volontari nell’Esercito italiano e combattere per la Patria. Se non vi fosse stato un sentimento di Unità forte o fortissimo, avremmo avuto lo stesso risultato ?

Ci spieghi questo fenomeno Sig. Brancalini dall’alto della sua illuminata conoscenza !

L’identità italiana non esiste asserisce Lei ?

Ma allora Napoleone era forse un cretino ? Fu lui a scrivere “ L’Italia è una sola nazione. L’unità dei costumi, della lingua, della letteratura dovrà finalmente, in un avvenire più o meno prossimo, riunire i suoi abitanti sotto un sol governo “ in esilio a Sant’Elena.

Ma abbiamo anche testimonianze recenti, anzi recentissime :

Sergio Romano, Ambasciatore, giornalista ed oggi opinionista per il Corriere della Sera, così scrive in data 4 febbraio 2002 : “Esiste un patriottismo che gli italiani non riescono a esprimere e che crea, per questa sua incapacità di uscire all’aperto, una specie di malessere nazionale. (…) le generazioni del dopoguerra sono state abituate a deridere i suoi simboli tradizionali (…) se qualcuno vuole la prova di questa patologia nazionale - un sentimento che non riesce a trovare né parole né simboli - dia un’occhiata alla bandiera sulla facciata dei palazzi pubblici (…) Non è una bandiera nazionale. E’ un drappo stinto, sporco, spesso stracciato. Lo hanno appeso a un’asta per obbedire a una disposizione ministeriale (...) nessuno si sognerebbe di salutare il “tricolore”, di ammainarlo al tramonto, di ripulirlo per le feste nazionali o di ripiegarlo religiosamente (…) Le sole bandiere che suscitano passione in Italia sono quelle delle contrade al Palio di Siena e delle squadre di calcio negli stadi (…) Ma “l’italianità” - una parola, ormai, pressoché impronunciabile – esiste (…)”

Il bravo Sergio Romano, dovendo dimostrare che l’Italianità è tuttavia presente nel popolo, non può evitare di lasciar cadere il “drappo stinto e sporco” (della repubblica) issato “dalle generazioni del dopoguerra” e ricordarsi di un’altra grande firma del giornalismo italiano, …Oriana Fallaci.

Questa Donna infatti in un suo articolo, che Sergio Romano dice essere stato “per molti lettori la scintilla di un corto circuito”, parla della Bandiera d’Italia scrivendo : “Io ho una bandiera bianca rossa e verde dell’Ottocento. Tutta piena di macchie, macchie di sangue, tutta rosa dai topi. E sebbene al centro vi sia lo Stemma Sabaudo (ma senza Cavour e senza Vittorio Emanuele II e senza Garibaldi che a quello Stemma si inchinò noi l’Unità d’Italia non l’avremmo fatta), me la tengo come l’oro. La custodisco come un gioiello” (Corriere della Sera del 29 settembre 2001).

Oriana Fallaci, che come Sergio Romano certo non può essere considerata persona di fede Monarchica (“sebbene al centro vi sia lo Stemma Sabaudo” ne è prova inconfutabile), non lesina critiche all’odierna repubblica, dichiarando nello stesso articolo : “Naturalmente la mia patria, la mia Italia, non è l’Italia d’oggi. L’Italia godereccia, furbetta, volgare (…) L’Italia cattiva, stupida, vigliacca, delle piccole iene che pur di stringere la mano a un divo o a una diva di Hollywood venderebbero la figlia a un bordello di Beirut (…) L’Italia squallida, imbelle, senz’anima, dei partiti presuntuosi e incapaci che non sanno né vincere né perdere però sanno come incollare i grassi posteriori dei loro rappresentanti alla poltroncina di deputato o di ministro o di sindaco (…) Non è nemmeno l’Italia dei giovani che avendo simili maestri affogano nell’ignoranza più scandalosa, nella superficialità più straziante, nel vuoto (...)”

Ora, Brancalini può anche tentare di ergersi al di sopra di Sergio Romano ed Oriana Fallaci, ma che possa credere d’avere un intelletto superiore a Napoleone Bonaparte, deve farci pensare assai…

Tirando le somme comunque il senso di italianità esisteva sicuramente nella popolazione, prima dell’ultima guerra. Oggi è in parte frustrato dalla repubblica “volgare e vigliacca” dei “grossi posteriori dei suoi rappresentanti incollati alla poltrona” rappresentati dal tricolore napoleonico “stinto e sporco”.

Evidente quindi, che lo Stato oggi, o meglio questa repubblica, dopo aver demolito tutto e tutti per interessi suoi e della sua classe dirigente sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi.

Quale novità !

Oltre alla povertà di questo pensiero però, desideriamo denunciare anche la scarsa memoria del Sig. Brancalini. Che non sia uno storico, l’abbiamo appurato, …ma che un giornalista di “grido” non ricordi i fatti salienti di cronaca degli ultimi 5 anni è davvero incredibile…

Egli afferma “Altri Paesi come la Francia affrontano il problema da molto più tempo e nonostante tutto sono riusciti a non farselo sfuggire di mano. Qui da noi mi sembra evidente che lo Stato sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi. E dovendo confrontarsi con il fenomeno dell’immigrazione i risultati sono evidenti”.

“Quello che è accaduto in Calabria ?” gli chiede il buon Matteo Sacchi, e Brancalini rincara la dose…

“La situazione è precipitata perché lo Stato lì non esiste. Nel nord del Paese l’immigrazione ha un impatto diverso perché sono diverse le condizioni materiali e la presenza delle istituzioni”.

Visto che il “giornalista” Brancalini cita quale esempio superiore all’Italia la Francia, per rinfrescargli la memoria rispolveriamo quanto successo a Parigi in merito al problema dell’immigrazione.

Nel novembre del 2005, abbiamo assistito a settimane di scontri e di battaglie campali nelle Beallieu alla periferia di Parigi tra la polizia e i residenti neri di queste “riserve”. Non stiamo parlando di paesini decentrati dove la presenza dello Stato può essere meno salda, stiamo parlando della Capitale francese Sig. Brancalini… ricorda ?

E’ chiaro che in Italia abbiamo oggi bisogno di imparare su questo argomento (immigrazione), ma sicuramente non dagli esempi citati da Lei. Questa mia sufficienza nei confronti della Francia, mi creda, non è odio generalizzato per i Paesi stranieri per sentirmi più solidamente italiano, è semplicemente buon senso.

Concludo ora, facendo appello a tutti gli italiani di buona volontà (che sono la quasi totale maggioranza nel nostro Paese) citando SM il Re Uberto II di Savoia… “Con la libertà tutto è possibile, senza libertà, tutto è perduto”.

Non perdiamo la libertà di pensare e ragionare almeno… sul nostro sentimento di italianità.

Non facciamoci influenzare dal disfattismo di questa repubblica, perché tutto sarà allora perduto. Fino ad allora infatti l’Unità della nostra Patria rimane un bene prezioso ed è pegno più tangibile di un nostro migliore futuro.

Siamone certi, consapevoli e liberi di crederci.

Alberto Conterio - 14.01.2010
Inviata a Vittorio Feltri Direttore de "Il Giornale" in data 15.01.2010

venerdì 13 novembre 2009

Il Punto di vista di chi ...l’Italia l’ha fatta !

Estratto dell’intervista a SAR il Principe Emanuele Filiberto di Savoia
apparsa su “Il Secolo XIX” del 07 Ottobre 2009

di Debora Badinelli

A pochi mesi dalla visita che, in occasione della campagna elettorale per le elezioni europee, l’Erede di Casa Savoia fece a Chiavari, accetta di entrare nel dibattito aperto dallo storico locale Giorgio "Getto" Viarengo che ha invitato il Levante a riscoprire le proprie radici risorgimentali e a far parte del comitato nazionale per i festeggiamenti del 2011, anniversario della nascita del Paese unito.
Emanuele Filiberto si sofferma sulla figura di Vittorio Emanuele II, che a Chiavari è ricordato con un monumento in piazza Nostra Signora dell’Orto, ma parla anche di politica.

Vive l’attesa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia?
"Per Casa Savoia è un evento molto sentito, e siamo molto preoccupati per come le Istituzioni stanno gestendo questo anniversario così importante per tutti gli Italiani. Sa, nel celebrare l’Unità d’Italia si celebrano i nostri Valori, quelli per cui siamo considerati un grande popolo ed un Paese unico al mondo. Non farlo degnamente sarebbe assurdo! Oltretutto sarebbe una grande opportunità di marketing territoriale per rilanciare il Turismo con appositi eventi sparsi per il territorio, altro che spendere miliardi per "grandi opere" con la scusa dell’anniversario!"

Casa Savoia darà un contributo (culturale-storico) al comitato nazionale per le celebrazioni?
"Abbiamo realizzato una mostra itinerante "Casa Savoia, storia di una famiglia italiana" in cui per la prima volta dal 1933 vengono esposti i cimeli di Casa Savoia in un percorso che da Re Umberto II e Maria Josè ci porta fino al Risorgimento e al Padre della Patria Re Vittorio Emanuele II. La prima tappa è stata Cortina d’Ampezzo e ha riscosso un enorme successo di visitatori. Per l’inverno sarà a Milano, poi a Padova, Trieste, Torino, Palermo, Roma. Stiamo anche trattando con Genova; sarebbe un vero peccato non coinvolgere la Liguria, è una regione tanto amata da Casa Savoia, basti pensare che proprio qui la Regina Margherita volle trascorrere gran parte della sua vecchiaia."

Vittorio Emanuele II fu il primo sovrano del Paese unito. Che cosa le hanno raccontato i Genitori e la Famiglia del Suo Antenato? Con quali ideali affrontò il Risorgimento e il processo dell’Unità?
"Re Vittorio Emanuele II è, insieme al Duca Emanuele Filiberto, l’avo che ammiro di più. In lui si sono concentrati il senso dello Stato, la visione prospettica del futuro, l’acume politico e soprattutto una grande umanità e semplicità.
Ancora oggi nelle valli del Piemonte e della Valle d’Aosta, in cui il Re andava spesso per ritrovare la sua dimensione privata, le persone si ricordano di questo Sovrano. Semplice, spesso ruvido, vestito di abiti di montagna, intento a cacciare o a mangiare in compagnia dei valligiani.

Credo che Re Vittorio Emanuele II abbia saputo comprendere che la spinta Risorgimentale doveva essere guidata e incanalata. Senza la sua guida l’Italia sarebbe ancora divisa.
Ha compreso che l’Ideale Risorgimentale era qualcosa che veniva condiviso da tutti per la voglia di riscatto del Popolo Italiano. Ha anche capito che la forza dell’Italia Unita stava nell’essere una Patria di molte piccola Patrie.

I problemi che viviamo oggi con le lotte tra Nord e Sud non ci sarebbero mai state con il decentramento voluto da Casa Savoia per il neonato Regno."


Se dovesse spiegare alle Sue Figlie il significato del Risorgimento come lo descriverebbe? Cercando di trasmettere Loro quali valori?
"E’ il momento culminante dei Valori della Patria. E’ la massima espressione delle aspirazioni millenarie del popolo italico, il punto in cui si è concentrata la volontà e la forza per rendere finalmente Unita la culla delle Arti e della Cultura che tutto il mondo ha sempre riconosciuto alla Penisola Italica divisa e che nel 1861 diventava finalmente non più "un’espressione geografica", ma uno Stato forte ed unito tanto da arrivare ad essere Grande Potenza già nel 1888.
Sono i Valori del Risorgimento, quelli con cui sono cresiuto e che trasmetto a Vittoria e Luisa: il rispetto, la famiglia, le nostre radici Cristiane, il senso dello Stato."


Ci sono ideali, insegnamenti di Vittorio Emanuele II validi ancora oggi?
"Credo che il più grande insegnamento di Re Vittorio Emanuele II sia di essere semplicemente autentici. Rispettosi delle tradizioni e dei Valori senza scordare che siamo umani e che per questo possiamo sbagliare.

Un Re deve essere l’espressione dello Stato e lo Stato è composto per lo più da cittadini comuni, quelli che ogni giorno lavorano con fatica per la propria famiglia e per i figli.
Re Vittorio Emanuele II ha incarnato con un secolo d’anticipo il tipo di Sovrano che troviamo oggi nelle moderne monarchie europee. Vicino al suo popolo, unito al suo popolo."


Il dibattito politico ripropone piuttosto spesso il dibattito sull’unità del Paese. Qual è la sua opinione?
"Ci sono forze potenti in Italia che vogliono scardinarne l’Unità. In primis la Lega. C’è la volontà di distruggere ciò che si è creato con fatica e sacrificio. Non comprendono che se l’Italia fosse divisa verrebbe spazzata via dallo scenario politico mondiale, si ridurrebbe ad un ammasso di piccoli stati insignificanti nello scacchiere internazionale con ripercussioni gravissime per la vita di tutti i nostri cittadini.

L’Italia ha certamente bisogno di una profonda riforma nella gestione delle risorse. Non è accettabile che solo poche regioni del Nord sostengano l’intera economia del Paese. Questo però è accaduto a causa dell’abrogazione del Regio Decreto sul Decentramento avvenuta nel 1971. Quel decreto era l’essenza del vero federalismo fiscale. Ogni comune e provincia d’Italia si tratteneva la maggioranza degli introiti fiscali e ne mandava a Roma solo una piccola parte.

Dopo il 1971 tutto è cambiato e siamo agli attuali estremi. Come vede la Lega dice parecchie bugie. Con Casa Savoia il federalismo fiscale c’era già"


Tratto da http://www.emanuelefiliberto.eu/

Il Punto di vista di chi ...l’Italia l’ha fatta !

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Indice degli articoli correlati


Estratto dell’intervista a SAR il Principe Emanuele Filiberto di Savoia
apparsa su “Libero” del 23 Agosto 2009

Estratto dell’intervista a SAR il Principe Emanuele Filiberto di Savoia
apparsa su “Il Secolo XIX” del 07 Ottobre 2009

“I valori risorgimentali alla base dello Stato”
a cura di Vettor Maria Corsetti
Tratto da : Movimento Monarchico Italiano - Numero Unico di Marzo 2011
 

Tutto sulla mostra Itinerante


"Casa Savoia : Storia di una Famiglia Italiana"



martedì 10 novembre 2009

I giovani e l'Unità d'Italia dimenticata

I giovani e l’Unità d’Italia dimenticata
I ragazzi tra i 18 e i 24 anni non «sentono» l’anniversario Uno su due ritiene il tema non attuale

Non sono bastate le polemiche, gli appelli, i richiami ufficiali. La gran parte degli italiani non sa che nel 2011 ricorre il centocinquan­tesimo dell'Unità d’Italia. Al riguardo, i giovani tra i 18 e i 24 anni sono legger­mente più informati degli altri: potere di Internet? Forse. Però se si chiede lo­ro di esprimere un’opinione sul senso di quell’evento storico, quasi la metà è d’accordo nel ritenerlo poco o per nul­la attuale. Ancora meno sono, a diffe­renza degli adulti, i giovani che se ne sentono «coinvolti personalmente». Sono curiosamente i ventenni a mostra­re invece maggiore preoccupazione economica e ad auspicare che l’Unità venga celebrata limitando al minimo le spese. Maggior senso di responsabilità rispetto ai cittadini di età matura o mi­nore interesse? Chi può dirlo, forse semplicemente più indifferenza.

La fiducia nella scuola è scarsa (lo si sapeva), tanto che solo il 30 per cento degli italiani considera utili i «progetti didattici» sull’argomento elaborati con i professori. E uno su dieci (non è po­co), con punte più alte tra i giovani, fa­rebbe volentieri a meno di qualunque tipo di celebrazione. Le iniziative cultu­rali di largo consumo allettano più gli anziani che i giovani (quasi il 25 per cento), ai quali non dispiacerebbe affi­darsi a grandi eventi spettacolari maga­ri di richiamo internazionale (17 per cento): concerti, manifestazioni sporti­ve, feste, occasioni di incontro e di scambio. Non si parli di fiction tv (4,3), semmai di monumenti-simbolo (8,7) da lasciare in eredità ai posteri.

L'Unità d’Italia, insomma, divide in due il Paese. Non in modo cruento, ma lo divide: le giovani generazioni se ne sentono distanti e poco motivate. Non tutto, però, è perduto, almeno a giudi­care dalle interviste (disponibili su You­Tube) che il Comitato Italia 150 ha fat­to a un gruppo di studenti piemontesi delle scuole superiori, chiamati a dire la loro sul centocinquantesimo, a espri­mere consigli e auspici. Ascoltare per credere. In genere il 2011 viene percepi­to come un’occasione: per migliorare i rapporti Nord-Sud, per offrire all’este­ro un'immagine che cancelli i soliti cli­ché italioti, per migliorare l'integrazio­ne degli immigrati, per favorire gli scambi generazionali, per conoscere meglio la Costituzione, per aprirsi al­l’Europa, eccetera eccetera. In definiti­va, dal campione intervistato si coglie facilmente un'insoddisfazione diffusa per lo status quo: sul piano economico, socio politico, culturale. Tutto va bene, tranne insistere sull'esistente.

Valentina, terzo anno dell’Istituto tecnico Mossotti di Novara, si dice pre­occupata dalle differenze persistenti tra Nord e Sud e guarda all’estero: «L'Italia è un Paese conservatore, a dif­ferenza per esempio dell’Inghilterra: per noi è più difficile pensare a uno Sta­to più moderno». La sua compagna Fe­derica («L’Italia non è ancora uno Stato unico») si rammarica nel vedere il no­stro popolo sbeffeggiato all’estero, do­ve ci considerano «casinisti e rumoro­si »: «Più che l’Italia d’oggi, viene ap­prezzato il nostro passato, arte e sto­ria ». Sono loro le prime a cogliere il ba­ratro generazionale: «Gli adulti — dico­no — sono più chiusi agli stranieri, mentre noi siamo ormai quotidiana­mente abituati all’integrazione, a scuo­la abbiamo a che fare più con immigra­ti che con italiani».

Al Convitto Umberto I di Torino (li­ceo classico e scientifico) i ragazzi che rispondono sulle aspettative della ricor­renza, parlano di «nuovo inizio», come se il secolo e mezzo trascorso fosse ser­vito a ben poco e sia bene ripartire da zero. C’è chi individua nel 2011 una tap­pa importante per «ritrovare la nostra unità». Ritrovare. E i più si augurano di non rimanere emarginati dal mondo dei «grandi». Tema ricorrente: chiedo­no di venire coinvolti il più possibile. Come? Niente congressi, niente semi­nari o simposi, niente mostre storiche, niente gadget. Musica, teatro, cinema, videoclip, sport e feste, incontri che sia­no capaci di divertire e magari di acco­munare anche al di là delle frontiere: «Qualcosa che ci unisca» è l’augurio più ricorrente, «magari con scambi tra città lontane». E, perché no, aprendo anche i confini internazionali. Si passa dai piccoli eventi locali ai mega eventi nelle grandi città. La parolina «evento» è sulla bocca di (quasi) tutti. Pochi han­no voglia di tornare a riflettere sulla storia e sui personaggi-simbolo, tanto meno in sedi istituzionali: «Niente di noioso, please, e più spazio ai giova­ni ».

Altra questione, quella posta a suo tempo da Massimo d’Azeglio: fatta l’Ita­lia, bisogna ancora fare gli italiani? No­nostante l’esibita fierezza di dirsi italia­ni, le risposte riflettono i dibattiti politi­ci di questi tempi: «Finché si pensa so­lo alla propria regione, non si può par­lare di un Paese davvero unitario». Op­pure: «Le divisioni sono ancora tantis­sime ». Oppure: «Tra Nord e Sud c’è una differente concezione di nazione e di società». Oppure: «Siamo più con­centrati sugli aspetti economico-politi­ci del nostro Paese, mentre dovremmo puntare sull’orgoglio culturale che ci accomuna». Oppure: «Il senso di appar­tenenza è più regionale che naziona­le ». Oppure: «Siamo ancora pieni di pregiudizi reciproci». Dulcis in fundo: «Più che pensare all’Italia dovremmo pensare all'Europa».

Distinguere tra i luoghi comuni da talk show e le reali preoccupazioni non è facile, ma intanto i temi sono questi, c’è poco da fare, e virano sul pessimi­smo. Specie quando il tutto viene pro­iettato nel futuro, la vera inquietudine degli intervistati: la nebulosa è l’avveni­re ben più che l’interrogazione storica e lo sguardo all’indietro. Lo conferma Marina Bertiglia, ex provveditore agli Studi di Torino, che per il Comitato Ita­lia 150 è da un anno responsabile della formazione didattica e come tale si oc­cupa di elaborare i progetti scolastici in vista del 2011: «I ragazzi sono sensi­bili alla storia solo se la storia si tradu­ce in fatti concreti che abbiano effetti nell’oggi e nel domani. Rifiutano la ce­lebrazione come tale: chiedono di esse­re coinvolti emotivamente, di avere i lo­ro spazi e di capire meglio come sarà il loro futuro».

Fosse facile, verrebbe da replicare, in un Paese per vecchi, come il nostro: «Nell’ottobre 2008 — ricorda Bertiglia — abbiamo promosso un concorso per decorare la recinzione di un cantiere, chiedendo alle scuole di preparare testi o immagini sul tema 'ieri oggi doma­ni' ». Risultato? «Le immagini puntava­no sui personaggi famosi, da Mike Bon­giorno agli Agnelli, e sui prodotti del made in Italy». E i testi? «Sulla sfiducia nel presente e sull’incertezza del futu­ro ». Si può anche decidere tranquilla­mente di ignorare le insoddisfazioni, le lacune e le attese dei nostri giovani, ma in occasione del centocinquantesimo sarebbe un errore più grave del solito.

Paolo Di Stefano
10 novembre 2009

http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_10/paolo_di_stefano_i_giovani_e_l_unita_d_italia_dimenticata_80a28ec8-cdd2-11de-9a32-00144f02aabc.shtml

Fini : Nostra bandiera è motivo d'orgoglio

Unità d’Italia – Fini : Nostra bandiera è motivo d’orgoglio

Roma, 9 nov. - (Adnkronos) - Solenne e festosa cerimonia al Convitto nazionale Vittorio Emanuele II con il presidente della Camera Gianfranco Fini che ha presenziato alla cerimonia dell'alzabandiera nel cortile del prestigioso istituto. E' stata l'occasione per il presidente della Camera per auspicare che ogni scuola italiana abbiamo modo di riflettere adeguamente sul significato del Tricolore in vista delle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unita' d'Italia.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/UNITA-DITALIA-FINI-NOSTRA-BANDIERA-E-MOTIVO-DI-ORGOGLIO-PER-OGNUNO_3971545373.html

lunedì 9 novembre 2009

Placido e la Storia sbagliata che fazio non vuol correggere

Placido e la Storia Sbagliata che Fazio non Vuole Correggere

Pagina 8 - (2 novembre 2009) - Corriere della Sera
Di Galli Della Loggia Ernesto

Sabato sera, ospite della trasmissione di Fabio Fazio «Che tempo che fa», Michele Placido, dopo aver rievocato le proprie origini lucane ha fornito la sua versione di ciò che secondo lui accadde nell' Italia meridionale nel 1860 e subito dopo. Ripeto a memoria, ma sicuro di ricordare più o meno alla lettera (del resto esiste di certo una registrazione): «Quando ci fu l' annessione arrivarono dal nord le truppe italiane... piemontesi, e cominciarono subito i massacri. Migliaia e migliaia di giovani furono messi al muro, così, e fucilati. Paesi interi distrutti: queste cose nessuno le sa ma vanno finalmente dette. Fu una strage». Altro che Unità d' Italia. Piuttosto una specie di anticipazione dell' arrivo in Bielorussia delle WaffenSS , si direbbe. Il tutto proclamato con tono ispirato, dopo essersi girato sulla poltrona verso il pubblico bue che, sollecitato dal condiscendente sorrisino del presentatore, non ha fatto mancare il suo caloroso applauso alle scempiaggini appena udite. Alla fine, però, Michele Placido non ha colpa più di tanto. Che obbligo ha, lui, infatti, di sapere, come sono andate veramente le cose? E cioè che subito dopo l' Unità ci fu nel Sud una sollevazione contadina, sobillata anche dal clero reazionario e dai borbonici, contro i «piemontesi» sì, ma anche contro tanta parte migliore della società meridionale? che, come capita sempre in queste circostanze, la ferocia fu da ambo le parti? che se i bersaglieri fucilavano, i loro avversari decapitavamo, mutilavano, castravano? Ma che ne sa Placido di tutto questo? Egli è solo uno dei tanti italiani che ha una conoscenza raffazzonata e per sentito dire della storia del suo Paese, intessuta della panzane politico-ideologiche che gli è capitato di leggere sui libri sbagliati e più probabilmente di orecchiare. La controparte meridionale della cultura del leghismo. Quello che è grave - mi verrebbe da scrivere vergognoso, ma lasciamo perdere - è che a questa ignoranza presti i suoi mezzi il servizio pubblico televisivo: «italiano», fino a prova contraria. Con i suoi presentatori non saprei dire se più ignoranti o più timorosi di opporsi, sia pure con una sola parola, ai luoghi comuni accreditati.

http://archiviostorico.corriere.it/2009/novembre/02/Placido_Storia_Sbagliata_che_Fazio_co_9_091102043.shtml

venerdì 6 novembre 2009

4 novembre e Unità Nazionale

Le manifestazioni di commemorazione
4 novembre - Unità Nazionale

Redazione, 06.11.2009

(Ariccia - Appuntamenti) - Ariccia celebra l'Unità d'Italia e rende onore ai suoi caduti domenica 8 novembre presso il monumento ai caduti. Il programma della giornata, organizzata dalla sezione ariccina dell'Associazione Combattenti e Reduci, inizia alle 9 con l'esecuzione di inni patriottici per le vie della città da parte della Banda musicale "Città di Ariccia". Alle 9:45 è previsto il raduno della cittadinanza intervenuta presso piazza San Nicola e da qui partenza del corteo verso il Parco della Rimembranza. Alle 10 alzabandiera ed esecuzione dell'Inno Nazionale a cui seguirà la deposizione di corone di alloro da parte delle autorità. Si proseguirà con la Messa al campo in suffragio dei caduti di tutte le guerre e delle vittime innocenti del terrorismo celebrata dal parroco Monsignor Aldo Anfuso. La lettura della preghiera dei caduti, poi, precederà il saluto del Presidente dei combattenti e reduci, la commemorazione tenuta dal Sindaco Emilio Cianfanelli e l'intervento del Generale Rocco Viglietta, vicepresidente dell'Associazione Nazionale Artiglieri d'Italia. Alle 11:30 è prevista la premiazione degli alunni della scuola media statale vincitori del concorso indetto dall'Associazione dei Combattenti e Reduci sul tema: "Siamo alla soglia dei 150 anni dell'Unità d'Italia, un'unità che oggi appare minata sia da esigenze particolaristiche sia dalla realtà variegata del mondo globalizzato. L'idea di nazione però andrebbe riaffermata e riscoperta dalle nuove generazioni, non solo attraverso l'appropriarsi della propria identità di popolo, ma anche attraverso la concreta applicazione di principi di accoglienza, di solidarietà e di fratellanza nei confronti di chi è diverso". Consegnati i premi via, alle 13, al tradizionale rancio sociale.

Tratto da http://www.castellinews.it