Finalità di questo Blog

Lo scopo di questo Blog "150° Unità d'Italia" è quello di raccogliere tutte le informazioni relative all'evento, e denunciare il tentativo di strumentalizzare la Storia ai fini anti italiani, così come denunciare l'impegno Istituzionale nel far passare questo importante traguardo il più inosservato possibile.

martedì 31 maggio 2011

L’Italia è unita, soprattutto dai vizi

L’Italia è unita,
soprattutto dai vizi

La patria sotto accusa, dai pamphlet di Del Boca e Aprile all’ironia di Luca Sofri.
Rondolino dice che non siamo una nazione ma dimostra l’opposto.

di Aldo Cazzullo
11 maggio 2011

Accade raramente di leggere un saggio ben scritto e ben argomentato, goderselo sino all’ultima pagina, e alla fine dissentire del tutto dalla tesi, sintetizzata dal titolo: L’Italia non esiste. Eppure è quanto si prova di fronte al libro di Fabrizio Rondolino, che Mondadori manda oggi in libreria (pp. 264, € 17,50).

Non esiste la bandiera, non esiste l’inno, non esiste la politica, non esistono le classi dirigenti, non esiste la sinistra, non esiste lo Stato. E non esiste neppure la nazione. «L’Italia è un’espressione geografica », come la definiva sprezzante Klemens von Metternich. «È una graziosa penisola purtroppo in gran parte rovinata dagli italiani», compresi, par di capire, Brunelleschi e Piacentini, Leon Battista Alberti e Borromini. Va da sé che l’unità d’Italia sia «la più grande catastrofe abbattutasi sulla nostra penisola ». Ma «chiunque sia stato una volta nella vita a Cosenza e a Varese - o in qualsiasi altra coppia di città distanti almeno trecento chilometri tra loro - sa benissimo che l’Italia non esiste». Poi però, dopo l’invettiva iniziale, comincia il libro. Che dimostra in realtà come l’Italia esista eccome, e sia più unita e unificata che mai, sia pure dai vizi piuttosto che dalle virtù.


Rondolino rilegge tutti gli scrittori civili che hanno denunciato la mancanza di virtù civica e politica degli italiani: Dante e Leopardi, D’Azeglio e Prezzolini; Machiavelli, ancora animato da una visione alta della politica, più che Guicciardini, ormai rassegnato all’impossibilità di «cambiare le condizioni del tempo». Depreca lo spirito anti italiano con cui gli intellettuali di ogni secolo hanno vituperato il loro Paese, a cominciare dai torinesi di nascita o di formazione, Gobetti e Gramsci. Ma poi si unisce lui stesso al novero, demolendo le corporazioni, le élites, la Controriforma, i gesuiti, il Risorgimento, la famiglia, la mamma, la Chiesa, la Madonna, insomma tutto quanto concorre a definire l’identità italiana, dai valori agli eventi negativi, compresi il fascismo - «da noi non fu seria neppure la dittatura » - e la mafia, definita «il grande contributo degli italiani alla storia delle organizzazioni sociali». Rondolino è talmente posseduto dalla sua polemica, condotta in modo colto, elegante e divertente nell’amarezza, da non rendersi conto di stare tracciando il ritratto di un Paese più unito, uniforme, omogeneo che mai. L’Italia forse non esiste sul piano dell’efficienza dello Stato e della fiducia nella politica come leva per trasformare la società, riformare l’esistente, cambiare le cose (ma in quale Paese, dopo il fallimento dell’ingegneria sociale di Lionel Jospin e il brusco ridimensionamento di Barack Obama, sopravvive una tale concezione della politica?).

Certo però l’Italia esiste sul piano del costume, delle abitudini, del modo di vivere. L’influenza della Chiesa, la volgarità della televisione, la sconfitta storica del Piemonte sabaudo a vantaggio dell’Italia mediterranea, l’eclisse dei liberali e la spocchia della sinistra: Rondolino ha ragione su tutta la linea. Ma ciò non toglie che questo impasto di bellezza e di vizio sia oggi più amalgamato che mai. Che siano esistiti italiani di frontiera, da Cavour a De Gasperi, i quali alla guida delle loro generazioni - le generazioni del Risorgimento e della Resistenza, nelle varie forme che la Resistenza assunse - seppero unire e riscattare il Paese. E che oggi, come si è visto il 17 marzo, gli italiani siano più legati all’Italia di quanto noi tutti, Rondolino compreso, amiamo riconoscere. Eppure la vena anti italiana è stata di gran lunga dominante in questo 150˚compleanno. Terroni di Pino Aprile ha germinato una replica nordista, identica fin dalla forma grafica, Polentoni di Lorenzo Del Boca. Contro il Risorgimento si sono espressi Giordano Bruno Guerri e il cardinale Biffi, un giornalista di sinistra come Giovanni Fasanella e uno di destra come Gigi Di Fiore, neoborbonici per cui il Risorgimento fu di troppo e neomazziniani per cui il Risorgimento non fu abbastanza (è la logica del Noi credevamo di Martone e del romanzo di De Cataldo, I traditori, annunciato nella quarta di copertina come «il lato oscuro del Risorgimento»).

Anche il saggio di Luca Sofri (appena pubblicato da Bur, pp. 188, € 10) ha un titolo - Un grande Paese - solo in apparenza consolatorio. In realtà, sostiene Sofri, «un grande Paese è la definizione che vorremmo poter dare dell’Italia, senza che ci scappi da ridere». Però, a differenza di Rondolino, che ritiene l’Italia immodificabile e chiude il suo libro raffigurandola apocalitticamente come un Titanic che giace da un pezzo sul fondo dell’oceano gelato, Sofri si pone il problema di come sarà il nostro Paese tra vent’anni, e di chi lo cambierà.

Lavora quindi sulle riflessioni della contemporaneità: Michele Serra, Goffredo Fofi, Antonio Polito, Alessandro Baricco. E giunge alla conclusione che l’individualismo italiano non è senza riscatto, che «pensare a un Noi non implica inevitabilmente una vocazione minoritaria. Sono le dimensioni di quel Noi a dire se la vocazione è minoritaria o maggioritaria, e soprattutto le dimensioni che a quel Noi vogliamo dare»: solidarietà, amore per il prossimo, vicinanza agli oppressi, fiducia nella possibilità di una politica diversa. Al punto che il libro, molto critico sull’Italia di oggi, si chiude con un ideale discorso di un presidente del Consiglio nel 2031, che pare davvero l’Obama italiano: «Possiamo farcela. E lo faremo ».

Tratto da : www.corriere.it/

martedì 10 maggio 2011

Lettera a "Il Biellese" - Milano 1898

Biella, 09.05.2011

Gentile Direttore,
Torno a scrivervi una seconda volta in pochi giorni, prendendo spunto anche in questo caso dalla vostra rubrica storica pubblicata in occasione del 150° Anniversario della Proclamazione del Regno d’Italia, per manifestare il mio disagio (questa volta) nel leggere l’ultimo articoletto pubblicato venerdì 6 maggio, riguardante la rivolta a Milano del 1898.
Dispiace constatare infatti, che la Biblioteca Civica di Biella, invece di pubblicare o rendere accessibili dei documenti, abbia inteso argomentare dei banali quanto sfruttati luoghi comuni per ricordare un capitolo importante della nostra Storia unitaria.
Senza entrare nel merito della vicenda in se, per il quale non basterebbero molte pagine del vostro giornale per fare un poco di luce, desidero ricordare alla nostra Biblioteca Civica, che in Italia, nel 1898, vigeva un sistema parlamentare democratico, dove è vero che il Re regnava, ma a governare ci pensava un Governo che esercitava i suoi poteri in un Parlamento regolarmente eletto. Ciò comporta che, quando scriviamo, che il Generale Bava Beccarsi, sedò la rivolta per “ordine del Re”, commettiamo un grossolano errore. Trattandosi di una Biblioteca, ci sentiamo di escludere che l’errore sia dovuto a ignoranza, mentre siamo propensi ad immaginare che lo stesso errore sia stato valutato verosimilmente come più “politicamente corretto”!


Non riuscendo a comprendere come si possano concepire simili trasfigurazioni storiche, mi limiterò a proporre dei paragoni perché i lettori più attenti, possano su questo argomento, giungere ad un’opinione autonoma, citando alcuni casi più recenti :

-          Quando ricordiamo i fatti di Genova del 1960, riteniamo colpevole delle brutalità commesse in quell’occasione (1 morto 150 feriti e più di 50 arresti) il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi o il Governo Tambroni?
-          Per la rivolta calabrese del 1971, in qui morirono 5 persone e vi furono oltre 700 feriti in furiosi scontri con le forze dell’ordine, abbiamo forse considerato responsabile il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat?
-          Azeglio Ciampi è forse considerato l’aguzzino dei fatti del G8 di Genova del 2001?

Ho forse motivo di pensare che in questo Paese democratico sia normale accomodare la storia per indirizzare le opinioni e le libertà dei cittadini, utilizzando due pesi e due misure?

Distinti Saluti
Alberto Conterio
Alleanza Monarchica - Stella e Corona

mercoledì 4 maggio 2011

Lettera a "Il Biellese" - Ebrei e Risorgimento

Desideravo complimentarmi con “Il Biellese” in quanto, in occasione del 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, la proposizione di una piccola rubrica settimanale dispensatrice di utilissime perle di storia nazionale è davvero una bella iniziativa.
Qualche volta gli argomenti proposti esulano forse il periodo in commemorazione, proponendo fatti e personaggi posteriori, ma resta comunque un “appuntamento” valido che leggo con piacere ad ogni numero.
Per valorizzare ciò, è mio desiderio poter completare per correttezza storica, l’ultimo articoletto a cura della Biblioteca Civica di Biella pubblicato martedì 3 maggio 2011.
L’argomento ebrei e Risorgimento ultimo trattato infatti, per la sua importanza, merita secondo il mio parere d’essere completato.


Confermo certamente la partecipazione della comunità ebraica al fenomeno risorgimentale, anzi per correttezza occorrerebbe valutarla maggiormente in funzione del loro esiguo numero in rapporto a quanto fatto soprattutto finanziariamente, ma è altresì importante ricordare oggi, che ciò, fu reso pienamente possibile solo e soltanto dall’operato di Carlo Alberto di Savoia, Re di Sardegna, che completando il quadro delle concessioni religiose rese a tutti gli acattolici del suo Regno, volle, dal campo di Voghera - già in guerra contro l’Austria - il 29 marzo 1848, firmare il Decreto col quale concedeva tutti i diritti agli ebrei come già fatto in data 17 febbraio di quello stesso anno in favore della comunità valdese.
Quest’atto epocale - uno dei primi in Europa e primo in Italia con Legge di Stato - permise agli ebrei di valorizzare le proprie capacità in ogni settore della vita sociale, civile e militare. Cavour ad esempio - il Conte Camillo Benso - volle testimoniare con i fatti questa “apertura”, scegliendo d’essere affiancato da allora da un segretario personale ebreo.
Quando, falliti ovunque i moti rivoluzionari del ‘48, tutti i Governi pre-unitari, revocarono quanto erano stati costretti a concedere, adottando pesanti sistemi di repressione, solo in Piemonte, Casa Savoia ben rappresentata da Vittorio Emanuele II, mantenne puntigliosamente le concessioni date, permettendo che l’emancipazione degli ebrei proseguisse sicura negli anni dell’unificazione, mano a mano che le province italiane venivano a trovarsi “garantite” dall’estensione della carta costituzionale Albertina (Statuto Albertino).
A testimonianza dell’importanza di questo “passaggio” storico, che non può oggi essere taciuto, resta la gratitudine espressa al tempo dai “sudditi Sardi” di religione ebraica della comunità di Torino - quella maggiormente rappresentativa - che venuti a conoscenza della morte in esilio di Re Carlo Alberto nel 1849, vollero in segno di lutto ricordarlo, laccando di nero un armadio della Sinagoga di Torino.

Alberto Conterio
Alleanza Monarchica - Stella e Corona

mercoledì 20 aprile 2011

Si incolpa il passato per difficoltà che riguardano il presente

Polemiche : L'alibi del «Risorgimento fallito»
Nonostante i continui attacchi, i valori dell'unità nazionale restano irrinunciabili.
Si incolpa il passato per difficoltà che riguardano il presente

Giuseppe Galasso
18 aprile 2011

Nei termini oggi correnti si può ben parlare di «Risorgimento negato». Perché? Se ne afferma il «fallimento» come cosa scontata. Se ne disconosce la legittimità storica, come imposto con la forza, da esigue minoranze intellettuali e ideologiche, a popolazioni ignare e riluttanti. Si dice che l'unità nazionale italiana è stata una forzatura, e che l'estensione del principio nazionale all'intera Italia fu un'invenzione risorgimentale, rispondente non a un vero spirito e pensiero nazionale, bensì alla «ideologia italiana»: arbitraria costruzione, per l'appunto, ideologica, ossia di falsa e falsata coscienza, tornata a pro del solo Piemonte, che sovvertì e sottomise gli altri Stati pre-unitari. E si potrebbe continuare.

Marcio il seme, ancora più marcio il frutto. Allo Stato nato dal Risorgimento si fa prima a dire che non viene riconosciuto quasi nulla di buono che a elencare le colpe e i vizi ad esso addebitati. Nell'antifascismo e dopo il fascismo si esaltavano i «valori del Risorgimento», ma senza molte specificazioni. Si era, inoltre, aperta già allora una discussione critica e negativa della storia italiana: tutta un fallimento, stretta tra un rozzo opportunismo e conformismo («Franza o Spagna») e uno storico, deteriore condizionamento (inefficienza, corruzione, doppia morale, formalismo, inquisizione... insomma Spagna e Chiesa): quasi una gigantografia del giudizio di Francesco De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana sull'Italia dal Rinascimento in poi. Solo che in De Sanctis alla «decadenza» seguiva il «rinnovamento», mentre il quadro tracciato alla caduta del fascismo era tutto negativo (nell'Antistoria d'Italia di Fabio Cusin il fascismo era quasi una vocazione storica degli italiani).

Poi venne la lunga stagione del «gramscismo» (che non fu la stessa cosa che Antonio Gramsci), con il suo giudizio, molto legato alle vicende e alle lotte post-1943 e limitativo, se non negativo, sui frutti del Risorgimento. Il gramscismo via via si dissolse, già con le polemiche liberali degli anni Cinquanta e Sessanta, poi con le grandi tesi di Rosario Romeo sullo sviluppo industriale in Italia. La sua eredità attuale è marginale, ma il giudizio negativo sull'Italia unita è rimasto.


Le celebrazioni del 1961 videro, comunque, una generale convergenza e consenso, con poche dissonanze, certo anche per lo slancio e il progresso dell'Italia di allora. Invece, con la crisi della cosiddetta Prima Repubblica, si è giunti a una revisione del Risorgimento e, ancor più, a un vero processo all'unità, con evidenti aspetti politici (non dovuti, però, solo alla Lega Nord). Si tratta, infatti, più che di un problema storico, di una crisi dell'identità e della coscienza nazionale in tutti i loro aspetti, che coinvolge e travolge molto di più del Risorgimento e dell'unità. Ed è, anche, fenomeno non solo italiano, bensì europeo (si pensi alle «negazioni» della rivoluzione francese o dell'idea di nazione), ma per l'Italia, dato lo spessore della sua crisi, di misure e implicazioni ben più radicali.

Siamo passati così dal Risorgimento fatto più contro i contadini e le classi popolari che contro Austria, Chiesa e conservatori, al Risorgimento fatto contro gli italiani, specie del Sud, con larghe nostalgie per la vecchia Italia (tranne che per lo Stato pontificio!); e siamo pure passati a una sensazione negativa per la storia del Paese e delle sue varie parti, ben più diffusa delle critiche degli anni Cinquanta e Sessanta.

E, tuttavia, pare che, sia pure così, del Risorgimento si stia acquisendo una maggiore percezione, anche storico-emotiva. Sono, intanto, venuti meglio in luce quei «valori del Risorgimento», prima enunciati, ma non molto esplicitati, perché dati per noti e impliciti: indipendenza e unità (strettamente connesse), libertà (la «libertà liberatrice»), modernità (economica e sociale, della cultura e dell'istruzione), Stato laico e senso dello Stato.

Il Risorgimento è fallito? Certo, lo Stato è sempre un mastodonte affannoso, c'è il dualismo, c'è tanto altro che non si vorrebbe né vedere, né sentire. Ma resta il grande successo, che ha portato il Paese fra i dieci più avanzati del mondo e ha costruito uno Stato col quale sono incomparabili, nell'idea e nel fatto, quelli pre-unitari. Certo, stiamo ancora costruendo l'Italia, ma gli italiani c'erano, e ci sono oggi, molto di più, per cui, se difficile fu fare l'unità, molto più difficile appare il disfarla.

Il Risorgimento è lontano, non parla più agli italiani di oggi, dicono vari storici. Ma già Romeo nel 1961 aveva postulato per l'Italia post-fascista una soluzione di continuità col Risorgimento. Il che è poi normale: non passa invano un secolo e mezzo.

Un secolo e mezzo è, però, anche una bella durata, che ha collaudato e legittimato la nuova Italia. E, infatti, il problema non sono il Risorgimento e l'unità; siamo noi. Il «Risorgimento negato» è un più fedele specchio non del passato, bensì di un problematico e negativo presente. Abbiamo scaricato e scarichiamo su quel passato i problemi di oggi e le relative responsabilità. Certo, abbiamo altri valori, oltre quelli risorgimentali, né si poteva, anche in ciò, restare al 1861. E poi c'è l'Europa, la globalizzazione. Ma è lecito credere che per l'Italia i valori risorgimentali formino tuttora un nocciolo duro irrinunciabile e insostituibile, prioritario rispetto a tutto, anche se nulla ora indica che la stagione del «Risorgimento negato» stia per finire.


mercoledì 13 aprile 2011

RISORGIMENTO, MEZZOGIORNO E PROBLEMI dello STATO UNITARIO.

INTERNATIONAL ASSOCIATION OF LIONS CLUBS


Lions Pietro Vitale (L.C. Bari Host)
Giornalista e scrittore Tessera Ordine Naz.
dei Giornalisti n. 116644.
Direttore del blog International:
www.legestadellacavalleria.blogspot.com

 “Aiutare oggi servire sempre”
 D.G. Dr. Rocco Saltino         

“Luigi Mercantini (Ripatransone, Ascoli Piceno 1821 – Palermo 1872) poeta e patriota fu attivamente impegnato nei moti risorgimentali e scrisse liriche patriottiche di facile intonazione e popolareggiante. Ricordiamo la celebre Spigolatrice di Sapri (1857), sulla spedizione di C. Pisacane”
…era una barca che andava a vapore e alzava una bandiera tricolore…
                                 
Il Lions Presidente Donato Traversa, (L. C. Bari Aragonese), ha voluto invitarmi in qualità di giornalista ed appassionato di Storia del Risorgimento alla Relazione del Prof. Giuseppe POLI,  sul tema:
il RISORGIMENTO, MEZZOGIORNO E PROBLEMI dello STATO UNITARIO.

L’evento si è svolto all’interno della prestigiosa sala delle conferenze dell’Istituto Professionale Servizi Alberghieri e Ristorazione, via Niceforo, 8 Bari, alle ore 19.00, del 08/04/2011. Si ringrazia la Prof.ssa Colucci Rosangela, Preside dell’Istituto, per l’ospitalità, concessa.

L’incontro si colloca nelle numerose tematiche  che in  questi giorni si dibatte. Opinioni, studi e commenti, in occasione della celebrazione del  150° anniversario  dell’Unità d’Italia e di storia Risorgimentale.

Alla relazione dell’illustre Prof. Giuseppe Poli, (Docente Universitario Dip. di Storia), sono intervenuti moltissime autorità Lions e ospiti. Tra cui il Past Direttore International Dott. Sergio Maggi, Il Past Governatore Licia Bitritto Polignano, il Prof. Vito Antonio Baldassarre (Zone Chairman), il Region Chairman e,  Pres. di Circoscrizione Dott. Lorenzo De Fronzo.

Dopo il rituale tocco di campana di inizio lavori, del Lions Presidente Donato Travesa, il cerimoniere di Club, il Lions Franco Nuzzi comunica agli intervenuti l’apertura dei lavori e, dopo una marcata presentazione del Relatore e degli illustri ospiti intervenuti all’evento, passa la parola al relatore della serata: 

Il Relatore, grande comunicatore e conoscitore di storia del Risorgimento e di Storia Patria, parla a braccio per oltre due ore, interessando la platea con una carrellata di argomenti di storia molto significativi sia di storia italiana e in generale. “Il Risorgimento Italiano, la Storia, la Letteratura, la Musica, la Llingua”, lascia intendere la volontà di esaminare le vicende storiche che si collocano all’origine dell’identità culturale e politica dell’Italia come Nazione e, che ancora oggi, costituiscono il territorio intellettuale e morale di un’appartenenza di tutti gli italiani a un destino comune.
Ma che molti conoscono spesso solo per sentito dire.  Un esempio non troppo illuminante è dato dalla giornata del 17 Marzo scorso, dove in alcune città, nel pieno delle celebrazioni dell’Unità con parate e abiti della festa, giornalisti dalla lingua tagliente hanno chiesto alle autorità – spesso politici di primo piano a livello regionale e conosciuti anche a livello nazionale, alcune semplici domande sugli eventi chiave che hanno portato all’unificazione. La grande maggioranza di loro non hanno saputo nemmeno dire la data della presa di Porta Pia o da dove sono partiti i Mille di Garibaldi…
L’evento, ha avuto lo scopo di fornire un contributo dialettico nei confronti di un argomento importante: quello delle donne che hanno contribuito in modo rilevante e originale al Risorgimento, ma non sono presenti nei libri di storia. Nel corso del dibattito si sono toccati argomenti riguardanti: “Il Sud che ha fatto l'Italia: uomini e donne nel Risorgimento”; “Aspetti e problemi del Risorgimento” e, molto marginale, “Il fenomeno del brigantaggio:il ruolo delle donne” e una iniziativa volta a evidenziare una storia scritta, troppo spesso, con l’inchiostro invisibile, per ricordare le protagoniste femminili  che hanno contribuito a realizzare nel corso della storia una tela fitta e sottile di presenze importanti e coraggiose, anche se talvolta taciute, come spesso accade all’agire femminile. Nel ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia si è voluto dare voce alle tante donne meridionali impegnate nella rinascita morale del Paese, nella vita culturale, civile e pubblica, nella costruzione dell’identità nazionale. Le donne nel Risorgimento non hanno avuto ruoli secondari, penso al protagonismo delle aristocratiche, delle borghesi e delle popolane.

Proprio in quegli anni nascono i primi giornali promossi dalle donne, veicoli importanti per invitare a battaglie di emancipazione, attraverso l’educazione e il cambiamento di costume.

In occasione dell'8 marzo ad esempio, Giornata internazionale delle donne e della ricorrenza per il 150° anno dell'Unità d'Italia, si può provare raccontare il ruolo che hanno avuto le donne  in questo importante  periodo storico, nel quale sono “attrici ombra”, il loro contributo è rilevante ed originale, ma soprattutto nascosto e sconosciuto, perché relegato ad un ruolo marginale nella storia dell’unificazione nazionale. Dunque il “Risorgimento al femminile” periodo di grande evoluzione, ma non emerso in modo compiuto, la presenza delle donne è attiva nel processo rinascimentale, ma se le donne ci sono  la storia non rende loro giustizia.
 Dibattiti come questo, Noi Lions, oggi, servono ad ampliare la visione del Risorgimento italiano che in molti abbiamo qui, al sud, ed in particolare adesso che, celebriamo i 150 anni dell’Unità nazionale. Comunque  un orgoglio portare le coccarde tricolori, nonostante i tanti problemi che fanno dell’Italia un Paese diviso. Federalismo, secessione e sentimenti neoborbonici si oppongono a qualsiasi idea di unità.
Gli attuali movimenti filo borbonici e la teoria del “si stava meglio quando si stava peggio” caratterizzano tuttora le opinioni di molti, specialmente a Napoli. Ha insistito su questo aspetto la discussione fra, la platea e il Relatore. Dopo un rapido excursus storico sull’avvento della monarchia sabauda e l’impresa dei mille di Garibaldi il discorso si è concentrato sui problemi del mezzogiorno, già visibili a metà ‘800. “Oggi ancora noi subiamo gli strascichi di una economia feudale, legata a fenomeni di baronato tipici dell’aristocrazia terriera da sempre molto potente al sud. Siamo definiti una palla al piede per lo sviluppo del Paese” Il brigantaggio di allora non era altro che un segnale della difficoltà di adattamento del meridione dopo l’annessione al  Piemonte. Queste forme primordiali di malavita e di anti-Stato sono precursori del ben più organizzato e radicato fenomeno mafioso con cui abbiamo a che fare attualmente.
Sul finire del dibattito con il Relatore e la platea, divergenze hanno scaldato gli animi degli intervenuti…ma hanno pensato bene i ragazzi-studenti dell’Istituto Prof. del “Perotti” a riequilibrare le tensioni accumulate, con un ricco e variegato buffet,  da loro preparato, che ha messo tutti in accordo…

Cordiali saluti. Pietro Vitale (L.C. Bari Host)