Dedicato alla nostra amata Patria nel 150° Anniversario della proclamazione del Regno d'Italia
Finalità di questo Blog
Elenco degli Argomenti - Agg. 01.10.2013
- Introduzione
- Importanza della Storia
- Uso politico della Storia
- - Prima linea di pensietro anti italiana
- - Seconda linea di pensiero anti-italiana
- I rischi per i cittadini
- L'antidoto ai rischi di sfaldamento
- Il punto di vista di chi ...l'Italia l'ha fatta !
- Raccolta di Rassegna Stampa
- Documenti citati - Elenco generale
- Bibliografia
- La nostra voce a difesa della verità
lunedì 26 luglio 2010
"Sono solo canzonette !"
lunedì 19 luglio 2010
150 anni di Unità d'Italia
Di : Roberto Vittucci Righini
Novembre 2009
La Storia
Il 17 marzo 1861 mancava ancora l’annessione di Roma ma venne ugualmente proclamato che l’Italia aveva cessato di essere un insieme di Stati e Staterelli per diventare finalmente una Nazione, il “Regno d’Italia”.
Prima capitale del nuovo Stato unitario fu automaticamente Torino, poi sostituita nel 1865 dalla più centrale Firenze; occorrerà quindi attendere la presa di Roma il 20 settembre 1870 con conseguente annessione dello Stato pontificio, per avervi doverosamente la sede del Sovrano e del Governo.
Detto così sembra quasi che si sia trattato di una passeggiata, di qualcosa di facile e quasi automatico, ma la storia vera e non quella da burletta propinataci a turno dai leghisti e da umoristici seguaci di separatisti liguri, napoletani e siciliani, ci insegna che dovettero trascorrere centinaia di anni con decine e decine di generazioni, prima che uomini illuminati (condottieri, statisti, combattenti ed intellettuali) riuscissero a darci la Patria Italia cacciando anche gli eserciti stranieri che ne occupavano parte per sé od a sostegno di altri, in particolare dello Stato pontificio.
Occorrerà poi ancora circa mezzo secolo prima che si potessero liberare ed annettere Trento e Trieste, completando l’unità dell’Italia con la vittoria del 4 novembre 1918.
I protagonisti
A seguire i mass media sembrerebbe che l’unità d’Italia sia stata opera dei soli Cavour e Garibaldi, con il modesto concorso di Mazzini.
Nessuno ricorda Re Vittorio Emanuele II che dopo Re Carlo Alberto alzò il Tricolore portandolo a sventolare su tutta la penisola;
nessuno - e qui è lampante la malafede di tanti pretesi storici che parlano dei 150 anni di unità italiana - riconosce e da atto che senza Casa Savoia, vale a dire la Dinastia che regnava sullo Stato Sardo-piemontese, l’Italia sarebbe probabilmente ancora oggi una accozzaglia di staterelli.
Cosa avrebbe potuto fare il Conte Camillo Benso di Cavour se non fosse stato nominato Primo ministro da Re Vittorio Emanuele II e non ne avesse assecondato la volontà di unificare la penisola, affiancando con la sua intelligenza politica la decisione ed il valore di combattente del Sovrano?
Chi si ricorderebbe più di Cavour qualora anziché nella Torino sabauda fosse nato nella Roma pontificia o nella Napoli borbonica?
A chi si sarebbe rivolto Giuseppe Garibaldi per consegnare il Meridione conquistato dalla spedizione dei Mille, con navi e armi fornite da Casa Savoia?
Forse allo spodestato Francesco II di Borbone o a Papa Benedetto IX, se non addirittura all’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe che con le proprie truppe ancora occupava le tre Venezie?
Per cosa, oltre che quale mandante di attentato alla vita di Re Carlo Alberto o membro del Triunvirato autoproclamatosi reggente della ectoplasmica Repubblica romana, potrebbe venir ricordato Giuseppe Mazzini?
E allora? Allora cerchino di essere seri e la smettano di prendere in giro gli Italiani, riconoscendo che il primo vero, autentico ed indiscutibile Padre della Patria fu Re Vittorio Emanuele II che la unificò con l’aiuto di uomini (politici e militari) da lui scelti.
Il Risorgimento
Per poter dare addosso all’unità d’Italia ed a Casa Savoia è indispensabile accusare i protagonisti del Risorgimento di misfatti e prevaricazioni e, nel contempo, tentar di glorificare i vinti che si batterono - o in molti casi meglio sarebbe dire, si arresero - contro gli uomini, che l’Italia fortemente vollero e realizzarono.
Di qui talune leggende che vorrebbero il Regno delle Due Sicilie all’avanguardia in tanti campi dall’industria (che nessuno ha mai potuto spiegare in cosa consistesse) all’agricoltura, contrapposto al Regno Sardo-piemontese indebitato e retrogrado.
Che il Regno di Sardegna avesse debiti è logico prima ancora che legittimo; le guerre per liberare l’Italia dagli interessi e dagli eserciti stranieri avevano avuto un notevole costo non solo di sangue (versato abbondantemente dagli abitanti del Nord ai quali si erano aggiunti illuminati ma non certo molto numerosi patrioti del resto d’Italia, come risulta anche da ricerche dell’Ufficio storico dell’Esercito che ha calcolato in poco più di venti i volontari del Meridione che presero parte alla Seconda Guerra di Indipendenza contro l’Austria nel 1859) ma anche di denaro uscito oltre che dalle casse del Regno sabaudo da quelle di generosi privati che avevano concorso anche economicamente all’unità nazionale.
Dall’aver debiti anche ingenti, alla pretesa che siano stati ripianati dal vuoto contenuto dei forzieri del Regno delle Due Sicilie il passo è lungo; in verità, invece, il “Regno d’Italia” si trovò indebitato oltre che dalle spese delle guerre d’indipendenza, dal disavanzo ereditato dall’amministrazione borbonica.
Debiti che, detto per inciso, vennero poi saldati e non lasciati a carico delle generazioni future, come quelli costantemente in aumento che accumulano i governi di questa repubblica.
Altra leggenda vuole che il Regno delle Due Sicilie si sia arreso a seguito del tradimento di taluni suoi generali, al quale si sarebbe contrapposto l’eroismo e la voglia di combattere delle truppe.
Da Marsala a Teano i Garibaldini non passeggiarono ma quasi, aumentando le loro file con volontari locali.
Anche il tentativo di spacciare per patrioti borbonici i briganti che taglieggiavano la oopolazione, è stato ampiamente smentito; delinquenti erano sotto i Borbone e delinquenti sono rimasti, sino alla loro eliminazione, sotto i Savoia.
Non si intende qui negare che vi siano state nel Risorgimento anche pagine negative, ma è sicuro che ogni grande impresa - e quella compiuta da Re Vittorio Emanuele II con l’unità della Patria certamente lo è stata - può presentare lati oscuri che non ne intaccano comunque minimamente il valore effettivo.
Federalismo
Se la Storia (quella vera e non già quella distorta insegnata da docenti che in buona parte la ignorano per non averla studiata nemmeno loro) ci insegna che l’Italia fu unificata dalla Monarchia e più precisamente da Casa Savoia, l’attualità ci dimostra che l’unità è messa in pericolo dalla repubblica che nel 1970 cominciò a minarla istituendo le regioni ordinarie e che ora tollera che si tenti di trasformare lo Stato Unitario in uno Stato federale.
Con procedimento inverso a quanto abitualmente avviene nella costruzione di Stati federali che si formano con l’aggregazione di territori spinti da interessi comuni o da fattori contingenti (si pensi agli Stati Uniti d’America, alla Svizzera dei Cantoni, alla Germania dei Länder, all’Olanda dei Fiamminghi e Valloni e più recentemente alla Malesia) in Italia accantonata la provocazione leghista del separatismo (insensata e risibile anche solo nella sua enunciazione) si tende a costruire uno Stato federale per disgregazione dello Stato unitario.
Per tentar di realizzare tale deprecabile progetto i suoi fautori si muovono su due fronti: attacco all’Italia unita, a partire dal Risorgimento, ed alla sua artefice Casa Savoia, e contemporanea esaltazione (parlare di rivalutazione è chiaramente eccessivo ed antistorico) delle amministrazioni precedenti, in particolare di quelle borboniche, asburgiche e papaline.
L’unità d’Italia comportò tra l’altro comunanza per tutti gli abitanti degli Stati che la composero, di lingua, leggi, ordinamento amministrativo, finanze, scuola, sanità, leva militare obbligatoria, moneta e via via, sino ad una Bandiera ed un inno nazionale comuni.
Abolita la leva militare obbligatoria, utile anche ad amalgamare giovani provenienti dalle diverse parti d’Italia, gli attacchi sono ora partiti contro la lingua italiana che vorrebbero sostituita o quanto meno affiancata dai dialetti locali, contro la finanza che si vuole regionale in base al principio che le regioni povere devono diventarlo sempre di più, al Tricolore, simbolo della Patria, che si vorrebbe in un con l’Inno nazionale (attualmente quello di Mameli) sostituiti da bandiere e musiche locali, ecc., ecc.
Talune di tali assurde pretese dirette a disgregare l’unità nazionale, rimarranno semplici provocazioni ma il fatto che vengano lanciate da un partito al governo le qualifica come pericolose in quanto capaci di incidere nei pensieri e nella mente dei più deboli.
L’Italia unita, voluta e realizzata da Casa Savoia, dopo 65 di repubblica seguiti agli 85 di Monarchia, presenta crepe che vanno stuccate ed eliminate; un forte collante a tal fine potranno essere le celebrazioni del 2011, che dovrebbero comprendere la tumulazione nel Pantheon in Roma dei due Re e delle due Regine d’Italia attualmente sepolti all’estero, atto doveroso verso la Dinastia di Savoia che fortemente volle, perseguì e conseguì l’unità della Patria.
Non venga persa l’occasione!
Tratto da : Italia Reale
sabato 8 maggio 2010
"Noi leghisti i veri eredi dei Mille"
"Noi leghisti i veri eredi dei Mille"
“Il mio avo partecipò alla spedizione con Garibaldi”
6 maggio 2010
Michele Brambilla intervista
Ettore Pirovano, presidente della provincia di Bergamo
Nello stemma di Bergamo c’è la scritta «Città dei Mille» perché nessun’altra città ha dato tanti uomini alla spedizione: 174. Ma forse ora uno di quei 174 - Giovan Battista Asperti - si sta rivoltando nella tomba, dov’è sepolto con tanto di monumento. Un suo discendente, Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo, è un leghista di quelli tosti: «Sono stato secessionista, ma sono sostanzialmente federalista» ha confidato due anni fa all’Eco di Bergamo. Sessant’anni, diplomato geometra, di professione consulente gestionale, è stato sindaco di Caravaggio (dove ha avuto qualche grana per aver costruito una «scuola elementare padana») ed è anche deputato. In casa tiene su un piedistallo un quadro con una foto dell’augusto antenato e un pezzo della sua divisa.
Presidente, chi era Giovan Battista Asperti?
«Nato a Bergamo, mio trisavolo da parte di mamma. A 18 anni disertò dall’esercito sabaudo per arruolarsi nei Mille. Fu condannato a morte in contumacia e riabilitato quando i garibaldini passarono da avventurieri e briganti a salvatori della patria ».
Lei è leghista, ma ne conserva le reliquie.
«Ma certo. In casa se ne è sempre parlato come di un eroe. Ho anche il documento della sua pensione e una lettera che gli scrisse Garibaldi. E sa perché gliela scrisse?».
Brancolo nel buio.
«Perché siccome chi aveva partecipato alla spedizione dei Mille aveva diritto appunto a una pensione, si presentavano in massa a dire: c’ero anch’io! E siccome Garibaldi non poteva ricordarsi tutti, chiedeva informazioni a quei pochi che conosceva. Questo per dire che già allora si inseguivano le finte pensioni».
Faccia capire: come mai lei conserva le reliquie e ne parla come di un eroe? Dovrebbe detestarlo, con tutti i terroni che hanno portato su i Mille.
«Ma allora non c’era il concetto dei terroni, per il semplice motivo che qui nella Bergamasca nessuno li aveva mai visti. E comunque io considero il mio trisavolo un eroe. Anzi, sa che cosa le dico? Fu un leghista ante litteram».
Leghista uno dei Mille? Questa la deve spiegare.
«Senta, non facciamo retorica sullo spirito unitario di quei ragazzi. Allora non si sapeva niente di politica, non c’erano i giornali, non c’erano la radio e la tv, la gente passava tutta l’esistenza senza uscire dal proprio comune. C’erano i racconti delle osterie, e da quei racconti non veniva fuori lo spirito unitario, anzi: qui i piemontesi erano visti come degli invasori e detestati. E infatti il mio trisavolo disertò».
D’accordo. Ma perché dice che la scelta di andare con Garibaldi fu una scelta «leghista »?
«Perché leghista era lo spirito di avventura, il desiderio di andare a liberare popoli che - gli avevano raccontato - erano oppressi. Di fronte a quei discorsi molti bergamaschi risposero “presente”: le camicie rosse furono tinte qui in provincia, a Gandino. Fare del bene è nel Dna bergamasco. Lo sa che siamo sempre i primi nella donazione di sangue e di organi? Una volta a Roma l’Avis mi ha invitato a parlare e uno del pubblico ha gridato: bravi, grazie, ma adesso basta donarci il sangue se no ci tocca andare a lavorare».
Quindi il suo trisavolo non sapeva nulla di politica ma partì per pura generosità?
«E per spirito di avventura, come le ho detto. Lei immagini quei ragazzi bergamaschi che scendevano dalle valli e che si sentivano dire che avrebbero imbracciato il fucile contro il tiranno e visto il mare per la prima volta in vita loro».
Sta dicendo che c’è troppa retorica, sui Mille?
«Sto dicendo che non si può pretendere una memoria condivisa con le figurine dell’Ottocento. Bisogna fare ragionamenti più complessi, spiegare che i Mille non parlavano neanche italiano, che furono usati dai Savoia per fare il lavoro sporco gestendo i plebisciti con le baionette, che furono prima vilipesi e poi esaltati. L’Italia di allora, per il popolo, era l’Italia dei Comuni: il patriottismo del 1860 non può essere rappresentato con quello che le istituzioni canoniche vogliono rappresentare oggi. Io sono per l’Unità della dignità della gente, e quella non la si ottiene con la retorica, ma con i fatti. E i fatti oggi sono il federalismo».
Volevo chiederle se, come presidente della Provincia, organizzerà qualche celebrazione per l’Unità, ma forse è meglio che lasci perdere.
«Parteciperò a quello che c’è già. Certo non sarò il promotore di nuove iniziative. Anche perché non ce n’è proprio bisogno».
Pubblicato su : La Stampa di Torino
Riflessione
A parte il poco rispetto dimostrato dal Presidente Ettore Pirovano di Bergamo per il suo Avo, che può essere considerato un fatto privato e non influente, vale la pena focalizzare i criteri del leghista-pensiero espressi in quest’occasione in particolare, ma sempre ricorrenti per dar forza ad un programma, quello “padano-leghista” che altrimenti risulterebbe pieno di nulla e di errori.
Il Sig. Ettore, deve necessariamente scagliarsi contro qualcuno, in questo caso i Piemontesi, e naturalmente i terroni. Poi vero lievito dell’impasto, è l’ignoranza, non la sua, per carità, quella del popolo usato, e chiaramente ormai non più in vita, in modo da non aver testimoni che possano tirargli le orecchie.
Ecco, con questa miscela, e potendo contare su una Repubblica di scandali, polemiche e corruzione, che ha l’interesse a fomentare questi odi per continuare a far affari nella confusione che ne deriva, Questi “personaggi” possono tutto… anche permettersi di diventare Presidenti di Provincia.
08.05.2010 - Alberto Conterio
sabato 24 aprile 2010
Ma quale Unità d'Italia !
Dover quasi prendere le parti della Sig.ra Bresso, mi pesa un tantino, ma l’Unità della nostra Patria vale molto di più, quindi…
Nell’articolo di martedì 20 aprile ho letto con stizza quanto affermato da Andrea Delmastro, che peraltro stimo molto per i suoi interventi sulla stampa locale sempre precisi e costruttivi.
E’ indubbio che 12.000 Euro per finanziare le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia dalla Regione Piemonte per la nostra Provincia, siano poca cosa, ma occorre sicuramente fare delle considerazioni e riflessioni in merito :
- la Presidente Bresso, con la sua giunta, è stata l’unica in Italia ad aver “programmato” una serie di iniziative (criticabili o meno) in merito con qualche mese di anticipo. Questa è già una grande cosa, considerando che ancora in data ottobre 2009, il Comitato dei Garanti preposto a quest’onere a livello nazionale, navigava a vista e non aveva le idee tanto chiare, peraltro ribadito proprio ieri in data 22 aprile 2010, da Gianfranco Fini, nel direttivo “speciale” del Pdl !
- viene da chiedersi, quanto questi fondi, siano stati “reclamati” dal Presidente Simonetti per la nostra Provincia, dal momento che agli esponenti di spicco della Lega Nord, la sola parola “Italia” mette l’orticaria.
- se per un attimo poi, pensiamo a quanti soldi avrebbero potuto giungere in gentile omaggio dalla Regione Piemonte, se al posto della Bresso, avessimo avuto già il “nostro” nuovo Presidente della Provincia Cota, l’orticaria verrebbe a noi, …ne sono certo.
Comprendo che essendo Voi Sig. Delmastro, uomo di “destra”, la “sinistra” debba essere sempre e comunque contrastata anche quando sconfitta, ma questa volta mi pare fuori luogo, perché ritengo che sull’argomento, visto l’attuale vertice istituzionale dovremmo ancora vederne delle belle !
Per concludere, un ultimo appunto desidero farlo, una considerazione che sento il dovere di fare innanzitutto come italiano. Il programma provinciale stilato e “bocciato”, mi è sembrato in linea - purtroppo - con il finanziamento che ci verrà elargito. Anzi per dirla tutta, 12.000 Euro per commemorare l’Unità d’Italia senza far menzione anche per errore, a Vittorio Emanuele II di Savoia Padre della Patria, mi sembrano anche troppi !
Abbiamo infatti il dovere - visti i tempi - di spendere i danari pubblici necessari, avendo cura possibilmente di non farli transitare nel tritacarne della censura.
23.04.2010 - Alberto Conterio
Delegato di Alleanza Monarchica - Stella e Coronadomenica 21 marzo 2010
150° Unità d'Italia : Il Comitato rivede la bozza Bondi
150° dell’Unità d’Italia : Il comitato rivede la bozza Bondi
7 Ottobre 2009
Sono i Garanti dell’Italia unita, al loro compito cercano di rimanere fedeli. Così il nuovo documento proposto da un gruppo di studiosi raccolti intorno al presidente Carlo Azeglio Ciampi ha proprio il sapore di una correzione rispetto alle linee-guida presentate un mese fa dal ministro Bondi. Cominceranno il 17 marzo del 2011 le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia.
Simonetta Fiori da www.repubblica.it
La data di avvio è stata proposta dal Comitato dei Garanti, che ieri ha reso pubblico il suo documento con i “suggerimenti” per il ministro Bondi. La rilevanza politica di questo nuovo atto consiste nel contrapporre alla “disunità” enfatizzata nelle linee guida del ministero, influenzato dai mal di pancia di Bossi (i localismi, la valorizzazione dei dialetti, le ombre del processo risorgimentale), una lettura che invece insiste sul carattere unitario della costruzione nazionale. E questo carattere unitario scaturisce da una tradizione storica che dal Risorgimento arriva alla Carta Costituzionale passando attraverso la stagione fondante della Resistenza.
Quella che è emersa nei giorni scorsi dal Comitato dei Garanti - presieduto da Carlo Azeglio Ciampi e composto tra gli altri da Gustavo Zagrebelsky, Walter Barberis, Roberto Pertici, Simona Colarizi, Elena Aga Rossi, Ernesto Galli della Loggia - è una lettura della storia nazionale molto distante dagli umori della Lega o dalle interpretazioni neoguelfe cui pure è sensibile il presidente del Consiglio. Ora spetta al ministro Bondi tradurre in mostre, manifestazioni nelle scuole, musei virtuali e fiction televisive questa lettura dell’identità nazionale. Ci saranno i soldi? E, soprattutto, ci sarà la volontà politica di valorizzare un’interpretazione della storia italiana così estranea alla visione dei governanti?
Vediamolo in dettaglio questo bilanciamento. Intanto nel cappello del documento si specifica che queste celebrazioni devono trasmettere essenzialmente un “significato unitario”, ossia il “patrimonio di identità e di coesione nazionale che gli italiani hanno maturato nella loro storia”. Questo non significa trascurare “le difficoltà del percorso di formazione nazionale” o “problemi ancora irrisolti come il divario tra Nord e Sud” né significa appiattire “gli elementi di pluralità e diversità” molto esaltati dal ministro Bondi, ma tutti questi aspetti devono essere trattati entro una cornice solidamente unitaria, cementata da un’identità nazionale “che ha le sue radici nella formazione della lingua italiana”, scrive Ciampi, “e che negli ultimi due secoli s’è sviluppata in una continuità di ideali e valori dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituzione Repubblicana”.
Un capitolo centrale del documento investe le “istituzioni”, questione ignorata nelle precedenti celebrazioni dell’Unità d’Italia. “L’unità di un popolo”, vi si legge, “si misura sulla tenuta delle sue istituzioni, sulla capacità di fare di tante terre, distinte e anche lontane, un territorio integrato”. Parlare dell’unità d’Italia equivale dunque a parlare delle sue istituzioni unitarie, della loro attuale tenuta. Centocinquant’anni di trasformazioni profonde: “dalla monarchia alla repubblica; dall’oligarchia liberale alla democrazia aperta a tutte le classi; dallo Stato centralizzato alle autonomie territoriali, al federalismo; dalla emarginazione delle donne dalla vita pubblica e sociale alla loro partecipazione; dai diritti di libertà ai diritti sociali, la salute, il lavoro, l’istruzione; dallo Stato-guardiano allo Stato del benessere; dalla separazione società-Stato alla “nazionalizzazione delle masse”, allo Stato pluralista; dallo Stato confessionale alla laicità dello Stato”. Il “documento riassuntivo” di questo percorso è la Costituzione, che dovrebbe assurgere a simbolo delle celebrazioni unitarie. Da queste considerazioni discende un’altra integrazione suggerita a Bondi dai Garanti: le manifestazioni non dovrebbero essere circoscritte al solo Risorgimento. La ricorrenza del 2011 investe la “vicenda italiana in tutta la sua unitarietà e interezza”: non solo dunque la lotta per l’indipendenza, ma anche il successivo consolidarsi dell’identità italiana lungo un secolo e mezzo, con speciale attenzione “al tratto del percorso unitario compreso negli ultimi sessant’anni”.
In questo quadro di riferimento - che valorizza anche la crescita di benessere legato al lavoro, il ruolo delle Forze Armate, la storia di genere - si potranno pure affrontare i singoli episodi, personaggi e luoghi geografici indicati dalla precedente bozza di Bondi (viaggi nella storia locale italiana, ritratti di statisti e artisti eminenti, luoghi delle memoria, targhe e monumenti riscoperti e puliti), elementi che tuttavia, sprovvisti della cornice unitaria, non sono più funzionali allo spirito delle celebrazioni. Conseguente a questa impostazione è anche la riflessione sui dialetti. “La valorizzazione delle lingue particolari”, si legge nel documento, “è un fatto positivo se serve alla pluralità nell’unità; non ha invece alcuna relazione con le celebrazioni dell’Unità d’Italia, è anzi controproducente, se si riduce alla pura e semplice coltivazione di culture locali chiuse in sé, a vocazione folcloristica”. Bondi aveva proposto il “censimento dei dizionari dialettali”. Una “priorità dubbia”, liquida il Comitato. Al momento Bossi è servito. La palla ora passa al ministero.

