Dedicato alla nostra amata Patria nel 150° Anniversario della proclamazione del Regno d'Italia
Finalità di questo Blog
Lo scopo di questo Blog "150° Unità d'Italia" è quello di raccogliere tutte le informazioni relative all'evento, e denunciare il tentativo di strumentalizzare la Storia ai fini anti italiani, così come denunciare l'impegno Istituzionale nel far passare questo importante traguardo il più inosservato possibile.
Dover quasi prendere le parti della Sig.ra Bresso, mi pesa un tantino, ma l’Unità della nostra Patria vale molto di più, quindi…
Nell’articolo di martedì 20 aprile ho letto con stizza quanto affermato da Andrea Delmastro, che peraltro stimo molto per i suoi interventi sulla stampa locale sempre precisi e costruttivi.
E’ indubbio che 12.000 Euro per finanziare le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia dalla Regione Piemonte per la nostra Provincia, siano poca cosa, ma occorre sicuramente fare delle considerazioni e riflessioni in merito :
-la Presidente Bresso, con la sua giunta, è stata l’unica in Italia ad aver “programmato” una serie di iniziative (criticabili o meno) in merito con qualche mese di anticipo. Questa è già una grande cosa, considerando che ancora in dataottobre 2009, il Comitato dei Garanti preposto a quest’onere a livello nazionale, navigava a vista e non aveva le idee tanto chiare, peraltro ribadito proprio ieri in data 22 aprile 2010, da Gianfranco Fini, nel direttivo “speciale” del Pdl !
-viene da chiedersi, quanto questi fondi, siano stati “reclamati” dal Presidente Simonetti per la nostra Provincia, dal momento che agli esponenti di spicco della Lega Nord, la sola parola “Italia” mette l’orticaria.
-se per un attimo poi, pensiamo a quanti soldi avrebbero potuto giungere in gentile omaggio dalla Regione Piemonte, se al posto della Bresso, avessimo avuto già il “nostro” nuovo Presidente della Provincia Cota, l’orticaria verrebbe a noi, …ne sono certo.
Comprendo che essendo Voi Sig. Delmastro, uomo di “destra”, la “sinistra” debba essere sempre e comunque contrastata anche quando sconfitta, ma questa volta mi pare fuori luogo, perché ritengo che sull’argomento, visto l’attuale vertice istituzionale dovremmo ancora vederne delle belle !
Per concludere, un ultimo appunto desidero farlo, una considerazione che sento il dovere di fare innanzitutto come italiano. Il programma provinciale stilato e “bocciato”, mi è sembrato in linea - purtroppo - con il finanziamento che ci verrà elargito. Anzi per dirla tutta, 12.000 Euro per commemorare l’Unità d’Italia senza far menzione anche per errore, a Vittorio Emanuele II di Savoia Padre della Patria, mi sembrano anche troppi !
Abbiamo infatti il dovere - visti i tempi - di spendere i danari pubblici necessari, avendo cura possibilmente di non farli transitare nel tritacarne della censura.
150° dell’Unità d’Italia : Il comitato rivede la bozza Bondi
7 Ottobre 2009
Sono i Garanti dell’Italia unita, al loro compito cercano di rimanere fedeli. Così il nuovo documento proposto da un gruppo di studiosi raccolti intorno al presidente Carlo Azeglio Ciampi ha proprio il sapore di una correzione rispetto alle linee-guida presentate un mese fa dal ministro Bondi. Cominceranno il 17 marzo del 2011 le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia.
La data di avvio è stata proposta dal Comitato dei Garanti, che ieri ha reso pubblico il suo documento con i “suggerimenti” per il ministro Bondi. La rilevanza politica di questo nuovo atto consiste nel contrapporre alla “disunità” enfatizzata nelle linee guida del ministero, influenzato dai mal di pancia di Bossi (i localismi, la valorizzazione dei dialetti, le ombre del processo risorgimentale), una lettura che invece insiste sul carattere unitario della costruzione nazionale. E questo carattere unitario scaturisce da una tradizione storica che dal Risorgimento arriva alla Carta Costituzionale passando attraverso la stagione fondante della Resistenza.
Quella che è emersa nei giorni scorsi dal Comitato dei Garanti - presieduto da Carlo Azeglio Ciampi e composto tra gli altri da Gustavo Zagrebelsky, Walter Barberis, Roberto Pertici, Simona Colarizi, Elena Aga Rossi, Ernesto Galli della Loggia - è una lettura della storia nazionale molto distante dagli umori della Lega o dalle interpretazioni neoguelfe cui pure è sensibile il presidente del Consiglio. Ora spetta al ministro Bondi tradurre in mostre, manifestazioni nelle scuole, musei virtuali e fiction televisive questa lettura dell’identità nazionale. Ci saranno i soldi? E, soprattutto, ci sarà la volontà politica di valorizzare un’interpretazione della storia italiana così estranea alla visione dei governanti?
Vediamolo in dettaglio questo bilanciamento. Intanto nel cappello del documento si specifica che queste celebrazioni devono trasmettere essenzialmente un “significato unitario”, ossia il “patrimonio di identità e di coesione nazionale che gli italiani hanno maturato nella loro storia”. Questo non significa trascurare “le difficoltà del percorso di formazione nazionale” o “problemi ancora irrisolti come il divario tra Nord e Sud” né significa appiattire “gli elementi di pluralità e diversità” molto esaltati dal ministro Bondi, ma tutti questi aspetti devono essere trattati entro una cornice solidamente unitaria, cementata da un’identità nazionale “che ha le sue radici nella formazione della lingua italiana”, scrive Ciampi, “e che negli ultimi due secoli s’è sviluppata in una continuità di ideali e valori dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituzione Repubblicana”.
Un capitolo centrale del documento investe le “istituzioni”, questione ignorata nelle precedenti celebrazioni dell’Unità d’Italia. “L’unità di un popolo”, vi si legge, “si misura sulla tenuta delle sue istituzioni, sulla capacità di fare di tante terre, distinte e anche lontane, un territorio integrato”. Parlare dell’unità d’Italia equivale dunque a parlare delle sue istituzioni unitarie, della loro attuale tenuta. Centocinquant’anni di trasformazioni profonde: “dalla monarchia alla repubblica; dall’oligarchia liberale alla democrazia aperta a tutte le classi; dallo Stato centralizzato alle autonomie territoriali, al federalismo; dalla emarginazione delle donne dalla vita pubblica e sociale alla loro partecipazione; dai diritti di libertà ai diritti sociali, la salute, il lavoro, l’istruzione; dallo Stato-guardiano allo Stato del benessere; dalla separazione società-Stato alla “nazionalizzazione delle masse”, allo Stato pluralista; dallo Stato confessionale alla laicità dello Stato”. Il “documento riassuntivo” di questo percorso è la Costituzione, che dovrebbe assurgere a simbolo delle celebrazioni unitarie. Da queste considerazioni discende un’altra integrazione suggerita a Bondi dai Garanti: le manifestazioni non dovrebbero essere circoscritte al solo Risorgimento. La ricorrenza del 2011 investe la “vicenda italiana in tutta la sua unitarietà e interezza”: non solo dunque la lotta per l’indipendenza, ma anche il successivo consolidarsi dell’identità italiana lungo un secolo e mezzo, con speciale attenzione “al tratto del percorso unitario compreso negli ultimi sessant’anni”.
In questo quadro di riferimento - che valorizza anche la crescita di benessere legato al lavoro, il ruolo delle Forze Armate, la storia di genere - si potranno pure affrontare i singoli episodi, personaggi e luoghi geografici indicati dalla precedente bozza di Bondi (viaggi nella storia locale italiana, ritratti di statisti e artisti eminenti, luoghi delle memoria, targhe e monumenti riscoperti e puliti), elementi che tuttavia, sprovvisti della cornice unitaria, non sono più funzionali allo spirito delle celebrazioni. Conseguente a questa impostazione è anche la riflessione sui dialetti. “La valorizzazione delle lingue particolari”, si legge nel documento, “è un fatto positivo se serve alla pluralità nell’unità; non ha invece alcuna relazione con le celebrazioni dell’Unità d’Italia, è anzi controproducente, se si riduce alla pura e semplice coltivazione di culture locali chiuse in sé, a vocazione folcloristica”. Bondi aveva proposto il “censimento dei dizionari dialettali”. Una “priorità dubbia”, liquida il Comitato. Al momento Bossi è servito. La palla ora passa al ministero.
Inserito su www.storiainrete.com il 7 ottobre 2009
Il Risorgimento sotto processo - L'unità d'Italia e i suoi nemici
di Ernesto Galli della Loggia
7 febbraio 2010
Proprio alla vigilia del 150esimo anniversario dell'Unità, il Risorgimento è sotto processo. Non è solo La Padania. Sono decine e decine di pubblicazioni, articoli, libri e libercoli, che ormai da anni (ma con ritmo accelerato negli ultimi tempi) stanno cambiando l'immagine di quel nodo di eventi. «Quella tangente di Mazzini inaugura il malcostume di un'Italia disonesta », «Carlo Alberto sciupafemmine, traditore e indeciso a tutto», «Perché la Liguria non appartiene all'Italia », «L'invenzione delle camicie rosse», «Da capitale estense a provincia sarda», «Complotto massonico- protestante contro la Chiesa», «I Savoia e il massacro del Sud», «Un popolo alla deriva»: è solo un piccolo campionario di titoli (di capitoli, di volumi, di articoli) che però serve a dare un'idea di che cosa stiamo parlando.
Intendiamoci: la critica al Risorgimento ha una lunga tradizione. Cominciò nel momento stesso in cui fu proclamato il Regno d'Italia, nel 1861, per voce di coloro che si erano battuti per un altro esito, diverso da quello rappresentato dalla monarchia cavouriana. Da allora in poi quella critica ha occupato un posto centrale nel discorso pubblico del Paese. Non a caso tutte le culture politiche dell'Italia del Novecento, dal socialismo al nazionalfascismo, al cattolicesimo politico, all'azionismo, al comunismo gramsciano, si sono fondate per l'appunto su una visione a dir poco problematica del modo in cui era nata l'Italia. Basta ricordare i nomi di alcuni loro fondatori: Oriani, Sturzo, Gobetti, Gramsci. Ma attenzione: questa critica, sebbene spesso assai aspra, ha sempre osservato un limite. E cioè si è sempre ben guardata dal divenire una critica all'unità in quanto tale, non ha mai ceduto alla tentazione di mettere in dubbio il carattere positivo dell'esistenza dello Stato nazionale.
E' su questo punto che invece si sta consumando una rottura decisiva. Va costituendosi negli ultimi anni, infatti, un vero e proprio fronte antirisorgimentale e insieme antiunitario che nasce dalla saldatura di tre segmenti: un segmento settentrionale d'ispirazione leghista, un secondo segmento, rappresentato da nazionalisti meridionali innestati su un variegatissimo arco ideologico che va dai tradizionalisti neoborbonici agli ultrà paleomarxisti, e infine un segmento di cattolici che potremmo definire guelfo- temporalisti. Tutti si fanno forti di una ricostruzione del passato che dire approssimativa è dire poco: di volta in volta tagliata con la motosega o persa nei pettegolezzi minuti «dal buco della serratura». Nella quale, comunque, dominano i modelli interpretativi presi a prestito dall'Italia di oggi: quello del giustizialismo più grossolano («Chi c'ha guadagnato», «chi ha rubato », «chi ha pagato») e il complottismo maniacale che vede massoni e «misteri » dappertutto.
L'Unità d'Italia diviene così un racconto a metà tra Mani pulite, la P2, e la strage di Ustica «come non ve l'hanno mai raccontata prima ». Ridicolo, ma per molti convincente, dal momento che quel racconto riempie il vuoto che si è determinato da decenni nel nostro discorso pubblico dopo che esso ha espulso da sé, e ormai perfino dal circuito scolastico, ogni autentica e viva narrazione del Risorgimento. A riprendere la quale non basterà certo il patetico brancolare nel buio del governo attuale, che sembra considerare l'anniversario dell'Unità più che altro come la classica tegola cadutagli sulla testa.
«Non si può costruire uno spirito unitario con secoli di ritardo»
Il Giornale.it - mercoledì 13 gennaio 2010
di Matteo Sacchi
l’articolo…
Romano Bracalini è un giornalista e uno storico molto attento alle vicende del nostro Paese. Nei suoi libri è riuscito a cogliere pensieri e costumi degli italiani (Otto milioni di biciclette - La vita degli italiani nel Ventennio; Paisà. Vita quotidiana nell’Italia liberata dagli alleati) dedicandosi anche, con cura meticolosa, alla ricostruzione del periodo risorgimentale (Cattaneo. Un federalista per l’Italia unita; Non rivedrò mai più Calatafimi; L’Italia prima dell’unità).
Sul tema «cosa vuol dire essere italiani?» ha idee molto chiare.
Esiste l’«italianità»? Un quid, un qualcosa che ci consente di identificarsi subito come popolo?
«Il fatto che il dibattito su questa questione si apra così tardi dà subito l’impressione che il dibattito venga fatto per correre ai ripari. Questa è già una risposta... In Francia e in Germania si discute di questi temi da moltissimo tempo ma nessuno si pone davvero il problema se esista o meno un’identità nazionale, è data per scontata».
Invece da noi manca un’identità?
«Secondo me un’identità italiana non esiste. Esiste un simulacro di identità. È un’evidenza storica che il nostro Paese ha raggiunto l’unità in un modo singolare e dopo quattordici secoli di divisioni. Anche la Germania si è unificata tardi ma con le sue forze, o meglio con quelle della Prussia, e con un progetto largamente condiviso... L’Italia è stata unificata da una monarchia mediocre, molto poco italiana, che si è mangiata l’Italia foglia a foglia, come un carciofo. Non sono le basi giuste per un comune sentire».
Ma allora che modello possiamo proporre a noi stessi e agli immigrati che arrivano nel nostro Paese?
«Altri Paesi come la Francia affrontano il problema da molto più tempo e nonostante tutto sono riusciti a non farselo sfuggire di mano. Qui da noi mi sembra evidente che lo Stato sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi. E dovendo confrontarsi con il fenomeno dell’immigrazione i risultati sono evidenti».
Quello che è accaduto in Calabria?
«La situazione è precipitata perché lo Stato lì non esiste. Nel nord del Paese l’immigrazione ha un impatto diverso perché sono diverse le condizioni materiali e la presenza delle istituzioni».
Come si fa a ricostruire l’idea di nazione partendo da questi dati di fatto? Perché non è che, dopo centocinquant’anni, ci si può limitare a dire: beh ci siamo sbagliati...
«Bisogna prendere atto della morfologia del Paese, tenendo conto delle diversità. Noi abbiamo una lunghissima tradizione di pensiero regionalista che è rimasta sempre minoritaria e inascoltata. È quella la via da seguire. Bisogna creare il federalismo che non è per forza quello di marca leghista. Pensi a Cattaneo o alla lunga tradizione delle autonomie siciliane. Quello è il meglio della nostra storia... Non si possono mettere a posto le cose guardando, invece, sempre al peggio. Al centralismo, alla burocrazia...».
Ma si può fare uno Stato senza nazione?
«Gli svizzeri ci sono riusciti e piuttosto bene. E spesso il nazionalismo, soprattutto dove la nazione non c’è, si trasforma in un meccanismo pericoloso. Crispi capendo che l’unità nazionale era debolissima puntò sulle guerre d’Africa. E dopo è arrivato l’imperialismo straccione di Mussolini. L’otto settembre è stato il fallimento definitivo di quel tipo di patria e di quel tipo di unità... Oggi siamo ancora qui a raccoglierne i cocci. Senza contare che per lungo tempo la chiesa cattolica ha avuto le sue responsabilità nell’impedire la creazione di uno spirito nazionale e che dopo il ’45 il partito comunista non ha certo contribuito a rafforzare un ideale nazionale. Sino agli anni Ottanta il Pci aveva una sorta di patriottismo sociale ma sentiva l’Urss come la vera nazione di riferimento...».
Un luogo comune: gli italiani si sentono italiani solo e soltanto in odio a qualcun altro...
«È un retaggio del nostro antico spirito di fazione è quel “Dio stramaledica gli inglesi” con cui il fascismo ha dato il peggio di sé. È sottocultura, è provincialismo. Come diceva Cattaneo per amare la propria patria non c’è bisogno di disprezzare le altre. Spesso però in Italia per mancanza di altro ci si è attaccati a quel disprezzo»
la risposta…
Per fortuna, come dice Matteo Sacchi nel suo articolo, Romano Bracalini è un giornalista e uno storico molto attento alle vicende del nostro Paese. In caso contrario altrimenti, cosa avremmo dovuto leggere ?
Focalizziamo di questa intervista, i punti salienti del suo italico pensiero :
-Il Paese ha raggiunto l’unità in un modo singolare e dopo quattordici secoli di divisioni.
-L’Italia è stata unificata da una monarchia mediocre, molto poco italiana
-Crispi capendo che l’unità nazionale era debolissima puntò sulle guerre d’Africa. E dopo è arrivato l’imperialismo di Mussolini.
-Un’identità italiana non esiste
-Sembra evidente che lo Stato sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi.
Cominciamo con il dire che in questa intervista non si registra nulla che già non sia stato detto, e che per essere dei giornalisti, queste ovvietà, le abbiamo divulgate anche male e con parecchie lacune. Sono insomma una serie di luoghi comuni che qualunque italiano cresciuto a domenica sportiva, Pippo Baudo e grande fratello poteva sciorinare nella metà del tempo e delle parole impiegate nell’articolo da Matteo Sacchi e dallo “storico” Brancalini.Veniamo ai punti…
L’Italia ha raggiunto l’unità dopo quattordici secoli di divisioni si asserisce nell’intervista. Sarà forse colpa degli italiani, se con la caduta dell’Impero Romano, il nostro territorio - di importanza strategica - è diventato l’ambito “premio” di ogni Imperatore in erba, e poi, di ogni potenza straniera fino a metà ottocento ?
Sarà forse l’ennesima colpa dei Savoia aver tentato con i mezzi a disposizione la sua riunificazione riuscendoci in poco più di vent’anni ?
Possiamo noi, figli di questa repubblica, giudicare ciò, quando siamo abituati a dover constatare che oggi, anche una semplice riforma della scuola pubblica, della giustizia o della sanità, richiede tempi biblici con esiti tutt’altro che scontati e positivi ?
L’Italia secondo costui però, è stata unificata da una Dinastia mediocre e poco italiana : Complimenti per l’originalità. In una righina stringata infatti, si è riusciti a comprimere fandonie infinite. Ragionando alla rovescia però, ci si rende conto di quanta demagogia pesi sul pensiero di questo “intellettuale”.
Torniamo all’Unificazione, poco più di vent’anni, per sconfiggere sul campo o con l’ausilio di intelligenti trattati ed alleanze, uno degli Imperi continentali più potenti al mondo. Non solo, ma questa Dinastia di mediocri, v’è riuscita sul filo di un cambiamento epocale, che vedeva l’evolversi delle società più avanzate dell’epoca, in Democrazie (con le buone o con le cattive) partendo da istituzioni assolutiste, che in molti casi, oltre al trono, persero anche la testa.
Aggiungerei, la raccolta del consenso. Questo, se non proprio assoluto e popolare, fu un processo importante ed innovativo, rivolto almeno a tutta quella classe di persone che avevano un’istruzione, o che avevano aperto nel nostro Paese la strada allo sviluppo sociale, industriale ed economico. Casa Savoia cioè, raccoglie il consenso dell’Italia che contava o che avrebbe voluto contare o contare di più. Questa forse è “mossa” più rivoluzionaria e riuscita dell’impresa.
L’Augusta Casa di Savoia insomma, può anche non esserci simpatica, ma non si può certo affermare che fosse una Dinastia di mediocri. Considerando che alle spalle aveva, un territorio non certo ricco, ed una popolazione esigua, l’impresa ha dello straordinario, ma tant’è, il doppio peso anti Savoia diffusissimo oggi, ci fa talvolta scrivere e dire asinate, come ad esempio quella di asserire che Casa Savoia non fosse italiana.
Casa Savoia infatti, fu la prima Dinastia in Italia a considerare ufficialmente la lingua italiana, lingua di Stato. Emanuele Filiberto Duca di Savoia, già nel 1562, trasferendo la capitale da Chambery a Torino, indico ai suoi eredi in modo chiaro, quale da allora sarebbe stata la strada da percorrere, decretando inoltre che tutti i documenti di Stato fossero da quel momento scritti o trascritti in lingua italiana. Il fatto ha importanza tale, che spronò il Torquato Tasso, a scrivere di Emanuele Filiberto Duca di Savoia, in buon Italiano: "il primo e più valoroso e glorioso Principe d’Italia".
Tutti i sovrani Savoia da allora hanno sempre parlato Italiano oltre alle altre lingue di maggior uso in uso in Europa, fedeli da allora alla loro vocazione italiana. Se i più “informati” ci ricordano che a corte, si parlava in francese, non staremo neppure a perdere il tempo a spiegare a questi individui, che non era un vezzo di Casa Savoia. Era infatti una necessità pratica della corte stessa, che vedeva convivere tra loro parenti di diverse nazionalità, e numerosi plenipotenziari, ambasciatori e ministri stranieri.
Ciò succedeva nelle Corti di tutti gli stati d'Italia, ed era normale anche all'estero. A San Pietroburgo a Corte si parlava Francese, così come alla Corte di Fedrico II di Prussia e in tanti altri grandi Paesi del tempo. La lingua internazionale del tempo infatti, era il Francese, utilizzata anche dagli ambasciatori Inglesi, fino a poco prima dell'ultima guerra !
Crispi puntò sulle colonie così come fece il Duce, per nascondere una debole Unità nazionale ? Possiamo dire e scrivere tutto quello che vogliamo in merito, anche stravolgere la verità. Chiediamo però al Sig. Brancalini di spiegarci come mai, tra gli emigranti italiani sparsi in tutto il mondo, quando si ebbe notizia che l’Italia era entrata in guerra nel maggio 1915, si fece a gara, per rientrare in Patria per arruolarsi volontari nell’Esercito italiano e combattere per la Patria. Se non vi fosse stato un sentimento di Unità forte o fortissimo, avremmo avuto lo stesso risultato ?
Ci spieghi questo fenomeno Sig. Brancalini dall’alto della sua illuminata conoscenza !
L’identità italiana non esiste asserisce Lei ?
Ma allora Napoleone era forse un cretino ? Fu lui a scrivere “ L’Italia è una sola nazione. L’unità dei costumi, della lingua, della letteratura dovrà finalmente, in un avvenire più o meno prossimo, riunire i suoi abitanti sotto un sol governo “ in esilio a Sant’Elena.
Ma abbiamo anche testimonianze recenti, anzi recentissime :
Sergio Romano, Ambasciatore, giornalista ed oggi opinionista per il Corriere della Sera, così scrive in data 4 febbraio 2002 : “Esiste un patriottismo che gli italiani non riescono a esprimere e che crea, per questa sua incapacità di uscire all’aperto, una specie di malessere nazionale. (…)le generazioni del dopoguerra sono state abituate a deridere i suoi simboli tradizionali (…) se qualcuno vuole la prova di questa patologia nazionale - un sentimento che non riesce a trovare né parole né simboli - dia un’occhiata alla bandiera sulla facciata dei palazzi pubblici (…)Non è una bandiera nazionale. E’ un drappo stinto, sporco, spesso stracciato. Lo hanno appeso a un’asta per obbedire a una disposizione ministeriale (...)nessuno si sognerebbe di salutare il “tricolore”, di ammainarlo al tramonto, di ripulirlo per le feste nazionali o di ripiegarlo religiosamente (…) Le sole bandiere che suscitano passione in Italia sono quelle delle contrade al Palio di Siena e delle squadre di calcio negli stadi (…) Ma “l’italianità” - una parola, ormai, pressoché impronunciabile – esiste (…)”
Il bravo Sergio Romano, dovendo dimostrare che l’Italianità è tuttavia presente nel popolo, non può evitare di lasciar cadere il “drappo stinto e sporco” (della repubblica) issato “dalle generazioni del dopoguerra” e ricordarsi di un’altra grande firma del giornalismo italiano, …Oriana Fallaci.
Questa Donna infatti in un suo articolo, che Sergio Romano dice essere stato “per molti lettori la scintilla di un corto circuito”, parla della Bandiera d’Italia scrivendo : “Io ho una bandiera bianca rossa e verde dell’Ottocento. Tutta piena di macchie, macchie di sangue, tutta rosa dai topi. E sebbene al centro vi sia lo Stemma Sabaudo (ma senza Cavour e senza Vittorio Emanuele II e senza Garibaldi che a quello Stemma si inchinò noi l’Unità d’Italia non l’avremmo fatta), me la tengo come l’oro. La custodisco come un gioiello” (Corriere della Sera del 29 settembre 2001).
Oriana Fallaci, che come Sergio Romano certo non può essere considerata persona di fede Monarchica (“sebbene al centro vi sia lo Stemma Sabaudo” ne è prova inconfutabile), non lesina critiche all’odierna repubblica, dichiarando nello stesso articolo : “Naturalmente la mia patria, la mia Italia, non è l’Italia d’oggi. L’Italia godereccia, furbetta, volgare (…) L’Italia cattiva, stupida, vigliacca, delle piccole iene che pur di stringere la mano a un divo o a una diva di Hollywood venderebbero la figlia a un bordello di Beirut (…) L’Italia squallida, imbelle, senz’anima, dei partiti presuntuosi e incapaci che non sanno né vincere né perdere però sanno come incollare i grassi posteriori dei loro rappresentanti alla poltroncina di deputato o di ministro o di sindaco (…) Non è nemmeno l’Italia dei giovani che avendo simili maestri affogano nell’ignoranza più scandalosa, nella superficialità più straziante, nel vuoto (...)”
Ora, Brancalini può anche tentare di ergersi al di sopra di Sergio Romano ed Oriana Fallaci, ma che possa credere d’avere un intelletto superiore a Napoleone Bonaparte, deve farci pensare assai…
Tirando le somme comunque il senso di italianità esisteva sicuramente nella popolazione, prima dell’ultima guerra. Oggi è in parte frustrato dalla repubblica “volgare e vigliacca” dei “grossi posteriori dei suoi rappresentanti incollati alla poltrona” rappresentati dal tricolore napoleonico “stinto e sporco”.
Evidente quindi, che lo Stato oggi, o meglio questa repubblica, dopo aver demolito tutto e tutti per interessi suoi e della sua classe dirigente sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi.
Quale novità !
Oltre alla povertà di questo pensiero però, desideriamo denunciare anche la scarsa memoria del Sig. Brancalini. Che non sia uno storico, l’abbiamo appurato, …ma che un giornalista di “grido” non ricordi i fatti salienti di cronaca degli ultimi 5 anni è davvero incredibile…
Egli afferma “Altri Paesi come la Francia affrontano il problema da molto più tempo e nonostante tutto sono riusciti a non farselo sfuggire di mano. Qui da noi mi sembra evidente che lo Stato sia in grande difficoltà nel creare valori condivisi. E dovendo confrontarsi con il fenomeno dell’immigrazione i risultati sono evidenti”.
“Quello che è accaduto in Calabria ?” gli chiede il buon Matteo Sacchi, e Brancalini rincara la dose…
“La situazione è precipitata perché lo Stato lì non esiste. Nel nord del Paese l’immigrazione ha un impatto diverso perché sono diverse le condizioni materiali e la presenza delle istituzioni”.
Visto che il “giornalista” Brancalini cita quale esempio superiore all’Italia la Francia, per rinfrescargli la memoria rispolveriamo quanto successo a Parigi in merito al problema dell’immigrazione.
Nel novembre del 2005, abbiamo assistito a settimane di scontri e di battaglie campali nelle Beallieu alla periferia di Parigi tra la polizia e i residenti neri di queste “riserve”. Non stiamo parlando di paesini decentrati dove la presenza dello Stato può essere meno salda, stiamo parlando della Capitale francese Sig. Brancalini… ricorda ?
E’ chiaro che in Italia abbiamo oggi bisogno di imparare su questo argomento (immigrazione), ma sicuramente non dagli esempi citati da Lei. Questa mia sufficienza nei confronti della Francia, mi creda, non è odio generalizzato per i Paesi stranieri per sentirmi più solidamente italiano, è semplicemente buon senso.
Concludo ora, facendo appello a tutti gli italiani di buona volontà (che sono la quasi totale maggioranza nel nostro Paese) citando SM il Re Uberto II di Savoia… “Con la libertà tutto è possibile, senza libertà, tutto è perduto”.
Non perdiamo la libertà di pensare e ragionare almeno… sul nostro sentimento di italianità.
Non facciamoci influenzare dal disfattismo di questa repubblica, perché tutto sarà allora perduto. Fino ad allora infatti l’Unità della nostra Patria rimane un bene prezioso ed è pegno più tangibile di un nostro migliore futuro.
Siamone certi, consapevoli e liberi di crederci.
Alberto Conterio - 14.01.2010
Inviata a Vittorio Feltri Direttore de "Il Giornale" in data 15.01.2010