Finalità di questo Blog

Lo scopo di questo Blog "150° Unità d'Italia" è quello di raccogliere tutte le informazioni relative all'evento, e denunciare il tentativo di strumentalizzare la Storia ai fini anti italiani, così come denunciare l'impegno Istituzionale nel far passare questo importante traguardo il più inosservato possibile.

giovedì 20 gennaio 2011

Dal centralismo alla disgregazione di velluto

Dal centralismo (vizio d’origine) alla disgregazione di velluto

di Hic Rhodus (Gianfranco Pasquino)
Roma, 10 gennaio 2011

Detto autorevolmente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che alle origini dell’unità d’Italia si trova un “vizio centralista”, diventa opportuno riflettere sulla critica. Non è il caso di imbastire un intenso dibattito fra gli storici, includendovi la loro ala marciante dei revisionisti. E non servirebbe a nulla farlo: né al molto eventuale “federalismo” né alla costruzione di una “memoria condivisa”. Con il dovuto rispetto per il Presidente, che storico non è, ma che rischia di diventare fin troppo revisionista, nel corso dell’unificazione italiana il supposto federalismo non esistette in nessun modo come opzione concretamente perseguibile. Nel migliore dei casi, Carlo Cattaneo, colui che viene considerato il federalista risorgimentale par excellence, pensava a qualche forma di protezione e di valorizzazione delle peculiarità locali. Non era realistico neanche per lui, a prescindere dai rapporti di forza, credere che esistessero comunità originarie, di dimensioni regionali o più ampie, che concordassero fra loro quali poteri, che spesso neppure avevano, consegnare ad un eventuale governo federale, e come farlo. No, l’opzione federale non avrebbe mai potuto diventare la “virtù d’origine” dello Stato monarchico italiano. Senza la monarchia dei Savoia, poi, non ci sarebbe stata nessuna unità d’Italia.


Semmai, gli autonomisti, allora e probabilmente anche oggi, avrebbero dovuto sottolineare l’importanza delle municipalità italiane. Comuni liberi e capaci di autogoverno, in alcuni casi già da molti secoli: questa è stata la vera peculiarità italiana, sostanzialmente eccezionale in Europa.Da quel che si capisce delle modalità complesse e irrisolte di cessione di poteri, funzioni e finanziamenti dallo Stato alle Regioni, ovvero, più propriamente, di decentramento e di devolution ai quali si dedicano i leghisti, della peculiarità dei Comuni, ma bisognerà vedere il decreto attuativo del federalismo municipale, si tiene poco conto. Molto male poiché le Regioni, nate quarant’anni fa all’insegna del motto (dei giuristi) di sinistra (rapidamente diventati consulenti delle Regioni e poi entrati in carriera politico-parlamentare) “le Regioni per la riforma dello Stato”, sono oggi soltanto entità grandi con notevole propensione all’accentramento di poteri e risorse a scapito dei loro Comuni. I federalisti coerenti dovrebbero oggi dimenticare le Regioni e guardare al di sotto e al disopra di quel livello di governo.
Al disotto stanno Comuni, spesso virtuosi, con un rapporto stretto e fecondo con i loro cittadini. Sono questi Comuni che meritano maggiore autonomia, almeno, semplicemente, sotto forma di non interferenza. Alcuni di loro potrebbero, come già sta scritto nella legge sulle autonomie locali, trasformarsi efficacemente in “città metropolitane”. Inoltre, tutti i Comuni dovrebbero essere i reali destinatari del sacrosanto principio di sussidiarietà oramai incastonato nelle modalità operative dell’Unione europea. È a livello dei Comuni che molti problemi, sociali, economici, amministrativi, troverebbero soluzioni più efficaci. Guardando al di sopra delle Regioni si troverà proprio l’Unione Europea. All’Ue hanno nel corso del tempo fatto riferimento e contribuito i non molti federalisti, di pensiero e di azione, italiani, fra i quali, credo che, oltre ad Altiero Spinelli, si possa annoverare lo stesso presidente della Repubblica. Invece, non sembra essere l’Europa il luogo del federalismo secondo i leghisti i quali, di conseguenza, dovrebbero, a questo punto, venire definiti “provincialisti” ovvero “federalisti che sbagliano”.
Eppure, se vogliamo costruire un’Italia migliore dobbiamo tenere in grande conto il federalismo europeo, che è il nostro futuro, e cercare di svolgere in quel contesto un’attività più incisiva. Qualche volta, infatti, le critiche alle propensioni accentratrici e burocratiche dei procedimenti europei sono assolutamente giustificate. Non sarà, però, un aumento del potere/dei poteri di alcune Regioni italiane a rendere migliore l’insieme di quel complesso ingranaggio di strutture e di funzioni che si chiama Stato. Anzi, lasciando da parte, ma non del tutto, i timori di una disgregazione lenta, di velluto, il rischio è che qualcuno pensi che, fatti i decreti attuativi, il resto della strada sarà tutto in discesa. Ma, verso dove conduce quella strada? Conduce incontro a due problemi che sembrano del tutto sottovalutati, se non addirittura trascurati: l’inefficienza e l’ipertrofia degli apparati burocratici e la voracità della partitocrazia.

Tratto da : www.ilvelino.it/

venerdì 14 gennaio 2011

Alla repubblica serve una Legge per sentirsi italiana...

Alla repubblica serve una Legge per sentirsi italiana…

Basilicata :
Approvato in commissione un Progetto di Legge per il recupero monumenti in vista del 150° Unità d’Italia

Potenza, 12 gennaio 2011

Si è riunita in mattinata la Commissione permanente Affari istituzionali del Consiglio regionale della Basilicata che ha approvato a maggioranza la proposta di legge su ''150 anni dell'Unità d'Italia: recupero e realizzazione di monumenti, cippi e lapidi'', presentata dai consiglieri Scaglione, Vita, Singetta, Navazio e Pici.

Il testo, che passa ora all'esame dell'Aula per la definitiva approvazione, consentirà alla Regione Basilicata di erogare contributi economici ai Comuni che si impegneranno nella realizzazione e nel recupero di opere commemorative dei caduti militari e civili nel processo di unificazione nazionale, al fine di tutelarne la memoria.


Approvata a maggioranza anche la proposta di legge costituzionale concernente il ''Riconoscimento dell'inno di Mameli quale inno ufficiale della Repubblica''.

Sull'argomento il presidente De Filippo, udito nel corso della seduta, ha sottolineato che ''se il Consiglio regionale approverà definitivamente la proposta, ai sensi dell'articolo 121 della Costituzione una piccola Regione come la Basilicata potrà portare l'iniziativa all'attenzione del Parlamento e dare la spinta necessaria all'ufficializzazione definitiva di un simbolo importante per lo spirito dell'Unità che oggi non è disciplinato dalla legge''. Anche questo provvedimento verrà esaminato e approvato in via definitiva dal Consiglio regionale.

Nel corso della riunione il presidente della Giunta è stato udito, anche, in merito all'iter attuativo di un articolo della legge finanziaria 2010 che istituisce l'Unità interdipartimentale ''Film Commission''. Assicurando ''tempi brevi'' per l'attuazione del provvedimento da parte dell'esecutivo regionale, De Filippo ha sottolineato il suo riscontro positivo sulle osservazioni avanzate dalla commissione Affari istituzionali.

Tratto da : Agenzia (ASCA)


Osservazioni e commenti :

Infierire in questi casi è particolarmente brutto, in quanto sembra di avere a che fare con dei bambini…
Sicuramente l’iniziativa ha dei meriti non c’è dubbio, ma serve anche a fare delle riflessioni e a puntualizzare delle responsabilità precise :
Dalla notizia apprendiamo - ma già lo sapevamo - che “il canto degli italiani”, musicato da Michele Novaro, dopo “soli” 64 anni e 6 mesi circa, è l’inno della repubblica italiana in via provvisoria, e lo si vorrebbe ufficializzare una volta per tutte. Viene da ridere, …perché, mentre abbiamo trovato il tempo di demolire l’unità degli italiani e la dignità di una nazione, questa repubblica, non ha trovato il tempo di ufficializzare il suo inno dopo 60 di potere incontrastato !
Per carità, ci sono argomenti più importanti, e basta leggere le dichiarazioni di questi giorni rilasciate dal Presidente Napolitano sull’argomento “150°” per rendersi conto che “il canto degli italiani” è l’ultima delle preoccupazioni sue !

Tra le righe dell’Agenzia , si viene inoltre a comprendere, che il senso di appartenenza a questo Paese, ha bisogno di una “Legge dello Stato” che richiami le istituzioni o chi di dovere, a sentire l’orgoglio di ricordare e tenere dignitosamente in ordine, i monumenti, le targhe e quant’altro rappresentino la memoria dell’epopea gloriosa del Risorgimento, dal quale l’Italia e sorta a nazione e potenza internazionale solo 150 anni fa !
Per comprendere quanto ridicolo sia questo fatto e le cause che hanno portato la Commissione permanente Affari istituzionali del Consiglio regionale della Basilicata ad essere forse, l’apripista per un provvedimento parlamentare a livello nazionale, è sufficiente fare qualche chilometro oltre confine, per rintracciare un monumento similare straniero. Una volta trovato, non si farà la minima fatica a capire la distanza siderale che divide questa repubblica dal normale rispetto, che in ogni altra nazione civile viene religiosamente osservato nella cura di questi manufatti.

Anche nelle località più sperdute ed impervie un monumento o una lapide a ricordo di un fatto, un personaggio o altro abbiano a che fare con l’identità stessa della nazione, sono onorati sempre con una ordinaria manutenzione e molto spesso, con abbondanti fiori freschi in omaggio, in ogni periodo dell’anno.
Ricordo che in Inghilterra, anche le semplici panchine al parco, intitolate ognuna ad un diverso, semplicissimo e sconosciuto soldato, vengono periodicamente lucidate e onorate dalle scolaresche più giovani, che contribuendo a mantenerle dignitose e pulite, scoprono la storia del loro Paese formandosi una coscienza nazionale che questa repubblica nostra ha voluto cancellare per non dover subire l’impari confronto con l’Italia Sabauda che l’ha preceduta.

Bene quindi l’iniziativa, ma male, anzi molto male, i motivi evidenti che l’hanno ispirata !

Alberto Conterio – 13.01.2011

lunedì 10 gennaio 2011

Una patria civile per italiani e no. È questa la Nuova Italia

“Una patria civile per italiani e no. È questa la Nuova Italia”

150° dell’Unità d’Italia, intervista allo storico Giovanni De Luna
di Bruno Gravagnuolo,
7 gennaio 2011

"Il dibattito odierno sul Risorgimento è surreale e strumentale. Si nega il valore storico dell’unità italiana, mirando alla frantumazione territoriale e corporativa. Oppure c’è indifferenza, nell’assenza di una religione civile all’altezza di un paese moderno". Parla dell’oggi Giovanni De Luna, 67 anni, salernitano, storico contemporaneo a Torino, e studioso di Lega, antifascismo e Novecento di massa (Il corpo del nemico ucciso, Feltrinelli). La sua tesi suona: l’Ottocento è lontano. E l’ identità italiana va costruita su nuovi paradigmi di cittadinanza. Non più su quello classico dello «stato-popolo-nazione». Vediamo in che senso.


Professor De Luna, tra apatia istituzionale, boicottaggio della Lega e disinteresse, l’anniversario dell’Unità d’Italia non pare coinvolgere gli italiani. Come mai?
«Intanto c’è grande differenza con i precedenti anniversari. Nel 1911 ci si specchiava nello sviluppo industriale dell’era giolittiana, e nell’orgoglio dinastico dell’Italia sabauda assurta a potenza. Nel 1961 c’era il boom economico di un paese ricostruito dopo la guerra, e la fierezza di Torino divenuta metropoli.Due celebrazioni che alimentavano ottimismo e anche dibattiti storiografici molto accesi, sui limiti del Risorgimento dall’alto, etc. Stavolta, 150 anni dopo, c’è una crisi gravissima che travolge ogni possibile orgoglio. E poi c’è al governo la Lega che contesta l’Unità d’Italia in sé, una cosa senza precedenti ». Nonesiste piùunostraccio diborghesia nazionale con ambizioni europee e che tenga al «valore Italia»? «C’è stata una deriva mercantile totale del sentimento nazionale, visto al più come mero passaporto per il benessere, così come fu per i tedeschi dell’est dopo il crollo del Muro. Come se l’essere italiani fosse un logo, una tessera “spesa amica”, per accedere ai consumi. Il mercato ha strutturato e saturato ogni emozione, e se l’Italia non è una cosa che si mangia...».

Non è che nel Risorgimento non vi fosse il mercatismo, accusato anzi di travolgere il meridione...
«Certo, ma il dibattito sul Risorgimento riguarda solo uno spicchio della nostra storia. Ci sono stati il fascismo, le guerre, la prima repubblica e poi la cosiddetta seconda. Nessuno si interroga sullo straripante Novecento e ci si accapiglia sull’Unità d’Italia solo per demonizzarla, come fomite di tutti i mali successivi. Hanno inciso sul paese molto più il fascismo, peculiarità italiana, e la violenza di massa di due guerre mondiali».

Davvero il Risorgimento, censitario e classista, non anticipò nessuno dei mali a seguire?
«Sì, ma è come confrontare capre e cavoli. L’Ottocento non dice più nulla all’oggi. Salvo, ovviamente, prendere atto delle tante anime risorgimentali: neoguelfa, mazziniana, sabauda, repubblicana, monarchica. Come per la Resistenza: radicale, azionista, moderata, comunista. Discussione sacrosanta, che non revoca in dubbio il valore positivo dell’Unità d’Italia, che tutte quelle anime perseguivano e che tale resta ».

Cosa ci abbiamo guadagnato e ci guadagniamo con quel valore?
«Senza il Risorgimento saremmo restati un’espressione geografica, una congerie di staterelli tagliata fuori dalla competizione internazionale: politica, militare ed economica. Ci voleva uno stato per l’accumulazione industriale. Oggi il problema è un altro. È la religione civile che manca. E per colpa di una classe dirigente che negli ultimi venti anni non ha costruito nessuna etica civile».

Ha vinto la religione incivile del populismo privatistico?
«Appunto: tutti figli del benessere, la ricchezza come unico riferimento. Nutrito di rancore e aggressività. Competizione e maledizioni. Eccolo il fallimento. Con una eccezione: il Quirinale. Unico luogo coesivo di religione civile, con limiti e affanni. E senza partecipazione vera. In più, conun sistema politico privo di interesse al riguardo. Dall’aziendalismo di Berlusconi, all’etnicismo leghista, alla fragilità di una sinistra che ha smesso di avere un’idea di nazione, dopo aver buttato a mare il suo passato ingombrante».

Più che un vuoto, c’è stata una catastrofe identitaria?
«Crollato il patto della memoria, stabilito tramite l’antifascismo nel dopoguerra, nonè rimasto nulla. La politica non è stata capace di recintare alcuno spazio pubblico della memoria. Con l’eccezione della Presidenza della Repubblica, da Ciampi a Napolitano. Troppo poco».

Non c’è confronto con altri paesi. Ad esempio con gli Usa, che celebrano convinti il loro stato nazione...
«Negli Usa il valore della religione civile americana è persino sacrale, basta ascoltare il linguaggio di Obama».

Restando all’identità, lo storico Alberto Maria Banti ha contestato come criptorazzista la retorica risorgimentale. Basta dunque col popolo-nazione?
«Ripeto, l’Ottocento è lontanissimo e una certa eredità nazionale identitaria non è più spendibile. Lo stato- nazione è imploso, incapace di fare religione civile, e non solo in Italia. Anche Francia e Spagna non riescono più a governare unitariamente la memoria, tra querelle sul colonialismo e patti di pacificazione sul Franchismo che saltano. Occorre trovare altri valori per ricostruire un Pantheon repubblicano».

Da dove ricominciare, visto che Ciampi e Napolitano non bastano?
«Non credo alla memoria condivisa, ma una tavola di valori repubblicani universali. Purtroppo l’unico valore proposto al momento è la memoria delle vittime: della mafia, della Shoah, foibe, terrorismo, catastrofi naturali. Ma le vittime non pacificano. Gridano rancore, vendetta, sovrastandosi con la voce a vicenda. Qui il fallimento della nostra classe dirigente: l’incapacità di costruire un’alternativa».

Allora, se le cose stanno così, hanno ragione quelli che vogliono rottamare un’identità nazionale ormai inutile e invisibile?
«Inutile nella sua dimensione ottocentesca, non in quella post-novecentesca. Che deve confrontarsi con l’integrazione dei cittadini non italiani. Problema ignoto allo stato-nazione risorgimentale. Goffredo Mameli può rappresentare un valore per i cittadini extracomunitari? Semmai vanno recuperate le virtù positive di Mameli. L’eroe dolce e tollerante descritto da Garibaldi, non il guerriero nazionale».

Anche gli Usa includono nel nocciolo ideologico «wasp» il pluralismo etnico, non le pare?
«Loro hanno il giorno del Ringraziamento e la festa di San Patrizio per gli irlandesi...».

La Lega nella Provincia di Padova cancella 25 aprile e Primo Maggio, e include la Festa di San Marco.
«Cancellano le date più inclusive e fanno capire bene chi vogliono includere: la loro gente».

In conclusione, si può vivere senza un’idea d’Italia pur nell’eclisse dello stato-nazione?
«No, ma ci vuole una nuova costellazione valoriale. Lontana dalla retorica nazionale ottocentesca e dalla temperie vittimaria delle catastrofi di massa novecentesche, che hanno inciso sulla nostra identità ben più degli anni risorgimentali. E in tal senso, penso alla virtù civile della “mitezza”, come la evocava l’ultimo Bobbio. Significa essere contro prepotenza e arroganza e per l’inclusione fraterna. Esempi? Tanti: Colorni, Willy Jervis, Pietro Chiodi, laici o valdesi, gente perseguitata ma non vittimista. Patrioti repubblicani e italiani davvero diversi».

Tratto da : “l’Unità” del 7 gennaio 2010


Approfondimenti

Risorgimento e lotta fra storici: quello che oggi c’è da leggere
La bibliografia sul Risorgimento è ovviamente sterminata. Ma molto schematicamente due sono state le interpretazioni chiave che si sono contese il campo. Quella liberale e quella marxista. La prima è incentrata sulla necessità e sulla virtù intrinseca del Risorgimento moderato e «dall’alto», inseparabile dal genio di Cavour e dalla volontà sabauda di procedere all’unificazione: usando la spinta democratica. La seconda, gramsciana soprattutto, è tesa a denunciare il «Risorgimento senza popolo» e senza riforma agraria, e il suo carattere «passivo» e indotto. Quanto alla prima segnaliamo il Cavour di Rosario Romeo (Laterza) e sempre di Romeo Risorgimento e Capitalismo (Laterza, 1961). Di Gramsci e su Gramsci, che svolge la sua riflessione nei Quaderni del carcere, si veda in chiave antologica L’essenziale di Antonio Gramsci. Il Risorgimento e l’unità di Italia (intr. di C. Donzelli, Donzelli, pp . 203, 2010, Euro 9,50). Tra i volumi più originali, di taglio «neorevisionista» ma non certo «negazionista », Lucy Riall (storica irlandese), Il Risorgimento. Storia e interpretazioni (Donzelli, pp. 137, 1997). Che dà rilievo alla non ineluttabilità del processo unitario, al brigantaggio e agli squilibri territoriali dei vecchi stati peninsulari. In una luce antiretorica e decostruttiva, due libri recenti, a cura e di Alberto Maria Banti: Nel nome dell’Italia. Il Risorgimento nelle testimonianze, nei documenti e nelle immagini. Laterza, pp. 424, 2010, Euro 24) e Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al Fascismo (Laterza, pp. 208, Euro 18, 2010). Sulla storia antecedente il Risorgimento, antica o più a ridosso, due libri importanti: Storia degli antichi stati italiani (Laterza, pp. 278, 1996), a cura di G. Greco e M. Rosa; Francesco Bruni, Italia. Vita e avventure di un’idea (Il Mulino, pp.550, Euro 35, 2010), fondamentale per la genesi e la trasmissione nei secoli dell’autopercezione nazionale. Dai primi abitanti della penisola alla fine dell’Antico regime. Su traumi e fratture dell’identità nazionale si veda infine Emilio Gentile, Né stato né nazione. Italiani senza meta (Laterza,pp. 112, Euro 9, 2010).

domenica 9 gennaio 2011

La Patria in sette note

La Patria in sette note
«I 150 anni d’Italia ? Più che la politica li ha fatti la musica»

di Pierachille Dolfini
7 gennaio 2011

«Fatta l’Italia dobbiamo fare gli italiani» si disse nel lon­tano 1861. E quella frase storica, in questo 2011 che celebra il centocinquantesimo dell’Unità d’Ita­lia, la sentiremo ripetere molte volte. Ma con cosa si «possono fare gli ita­liani»?


Il musicologo Paolo Prato una tesi ce l’ha: «Con la musica». E spiega perché Giuseppe Verdi e Laura Pausi­ni, l’autore de La donna è mobile e la cantante de La solitudine, «hanno aiu­tato lombardi e siciliani a sentirsi un unico popolo attraverso una forma comune di espressione e comunicazione come la musica, capace di farsi ar­te e al tempo stesso stru­mento di riscatto sociale». Prato lo racconta nelle quasi cinquecento pagine di La musica italiana. Una storia sociale dall’Unità a oggi, volume edito da Don­zelli (euro 33). Parte dal Va’ pensiero e arriva sino a X Factor per dire che «prima ancora che nell’impresa di Garibaldi gli italiani hanno trovato un comune denominatore nella cantabilità della musica italiana, presente in Verdi ma anche nella canzone del Novecento. Una cantabilità che è diventata il no­stro marchio di fabbrica. Che tutto il mondo ci riconosce ascoltando le me­lodie di Puccini o la voce di Andrea Bocelli». Il suo è un lungo viaggio «per rilegge­re in chiave sociale la storia d’Italia, dove la musica ha sempre interagito con l’economia e la politica».

Prato, docente alla Pontificia università Gre­goriana di Roma, già direttore di Ra­dio InBlu e autore di programmi di Tv2000, è convinto che «gli italiani si sono sempre raccolti intorno a pro­getti con al centro la musica: nell’Ot­tocento era il melodramma oggi i ta­lent show o eventi come il Festival di Sanremo che resta tra i primi cinque programmi televisivi più seguiti. E che quest’anno vedrà Al Bano cantare pro­prio il Va’ pensiero nella serata per i 150 anni dell’Unità d’Italia». E proprio il coro di Verdi e ’O sole mio sono sta­ti preferiti alle più 'politiche' Bella ciao e Giovinezza. «Segno che ancora una volta la musica divide, rivelando chiaramente la natura profonda del­la musica, per nulla innocente».

Oggi la tv, ieri la radio e il grammofo­no. Ai tempi di Garibaldi Nabucco, con il passare degli anni le Mille bolle blu di Mina e Il ragazzo della via Gluck di Celentano, le Emozioni di Lucio Bat­tisti e il Viva l’Italia di De Gregori. Perché in 150 anni molte cose sono cambiate, anche nella musica. «Nel tempo – spiega Prato –, esaurita la for­tunata stagione di Verdi e Puccini, si è creata una distanza tra la musica 'col­ta' e il pubblico, in particolare quando si è deciso di spingere sul pe­dale della sperimentazione. Uno scol­lamento che resiste e che viene col­mato dalla canzone o solo da alcuni artisti particolari». Ma anche da forme d’arte come il can­to sociale che «ha aiutato i vari movi­menti contadini e operai a farsi forza, a trovare uno spirito unitario» rac­conta Prato che rintraccia anche ne­gli inni liturgici un percorso di co­struzione della nostra identità. «Pen­so alla musica di Lorenzo Perosi, ai canti del dopo Concilio scritti in ita­liano e alla cosiddetta Messa beat, che hanno raccolto quelle istanze di maggior comunicabilità della fede già presenti nel po­polo».

A 'fare gli italiani' dunque è stata la musica 'più della po­litica'. Possibile? «Sì, perché l’arte delle note aiuta a capire alcuni meccanismi della vita sociale, ad esempio le istanze degli ultimi, delle quali la po­litica sembra disinteressarsi». Un ruolo che non è esaurito, allora. «Oggi la musica è dappertutto. Diffu­sa dagli altoparlanti o confinata nel­l’iPod. Ma il rischio è che resti solo un passatempo, facendo da sottofondo alla vita senza aiutare l’uomo a rifor­mulare le grandi domande sull’esi­stenza. Perché ciò avvenga serve, però, che la musica sia presa sul serio, non solo consumata, ma capita a fondo nei suoi meccanismi. E per fare que­sto occorre che non sia ai margini del nostro sistema formativo, come acca­de purtroppo oggi in Italia».

Tratto da : www.avvenire.it/

sabato 8 gennaio 2011

Italia 150 via alla festa schizofrenica

Italia 150 via alla festa schizofrenica

di Massimo Gramellini
7 gennaio 2011

Nel sovrano disinteresse del popolo sovrano e della maggioranza più che assoluta dei suoi rappresentanti, comincia stamattina la sarabanda delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia Unita. Comincia a Reggio Emilia, con l’omaggio al Tricolore da parte del Presidente della Repubblica: uno dei pochi a crederci davvero, e non solo per dovere d’ufficio. 


Dopo il rito della bandiera (che di anni ne ha oltre duecento) arriveranno le ricorrenze vere. Le prime elezioni nazionali del 27 gennaio 1861, riservate a una minoranza di maschi abbienti, alfabetizzati e mangiapreti (la Chiesa aveva proibito le urne ai cattolici): il più votato risultò Cavour con 620 voti. L’assedio di Gaeta con cui il 13 febbraio si archiviò a suon di bombe la resistenza dei Borboni, appena in tempo per non sciupare la seduta delle Camere riunite nel cortile torinese di Palazzo Carignano, quando il Capo dello Stato, che allora era il Re, rivolse ai parlamentari la prima di una lunga e mai terminata serie di prediche inutili: «Signori deputati! Signori senatori! L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra!». Fino a quel 17 marzo, una domenica, in cui i pochi italiani che sapevano leggere appresero dalla Gazzetta Ufficiale che il Parlamento aveva proclamato il Regno d’Italia con il voto contrario di due soli senatori, dei quali taceremo i nomi per non togliere a Bossi il piacere di scoprirli e di andare a deporre sulle loro tombe una decalcomania del Sole delle Alpi. Qualche malizioso potrebbe chiedere di protrarre il gioco delle ricorrenze al 18 aprile 1861, 150° anniversario della prima rissa parlamentare, e mica fra cicchitti e bocchini: fra Garibaldi e Cavour, che sarebbe poi morto quattro mesi dopo, lasciando l’Italia più o meno dove sta adesso: nei pasticci.

Ci attende un anno di inni, parate, discorsi e baruffe sulla Patria, ma nessuno può dire se alla fine del 2011 gli italiani si innamoreranno di lei o se ne saranno definitivamente nauseati. Probabilmente continueranno a trattarla come ora, con amore comparativo: parlandone bene solo quando sono all’estero. L’italiano non considera l’Italia la sua Patria, così come - sia chiaro - non considererebbe Patria la Padania, la Borbonia o qualsiasi altra comunità più vasta della sua famiglia, del suo quartiere o, forse, della sua città che gli chiedesse di emettere fattura fiscale. Per un italiano ciò che appartiene a tutti, per il semplice fatto di non appartenere soltanto a lui, non appartiene a nessuno. Ci sono voluti quattordici secoli, dalla fine dell’Impero Romano all’Unità, per cucirci addosso questo atteggiamento mentale. Ne mancano quindi ancora dodici e mezzo per rimetterci in pari.

Ma non è onesto affermare che rispetto al Centenario del 1961 lo spirito di Patria si sia affievolito. Il divario fra settentrionali e meridionali era molto più aspro cinquant’anni fa, e si manifestava nelle forme di una diffidenza razzista che non di rado trascendeva nell’ostilità. La differenza è che allora non c’erano, né a Nord né a Sud, partiti di massa disposti a cavalcarla. Ciò che l’emigrazione, i matrimoni e la tv hanno unito in questi decenni è stato in parte disfatto dalla politica, che ha sistematicamente eroso i simboli dell’unità nazionale, dalla Costituzione ai miti fondativi (esagerati ma autentici, come tutti i miti) del Risorgimento e della Resistenza. Come nel mondo capovolto di Alice, la Patria ha cessato di essere una parola di destra e si è spostata verso il centro, se non proprio a sinistra. Ma chiunque, a destra e a sinistra, intenda oggi fondare un partito, sostituisce le ideologie con le microappartenenze territoriali e vede quindi nella Patria tutta intera un inciampo. Sono i politici, non i cittadini, ad aver rimosso la ricorrenza del 2011. Infatti, nel dibattito «elezioni a marzo sì-elezioni a marzo no» che li appassiona da mesi, nessuno dei leader ha neanche minimamente pensato che sovrapporre i veleni di una campagna elettorale alle celebrazioni del Centocinquantenario sarebbe come invitare una banda di bulli muniti di pennello e vernice alla festa di compleanno della scuola. Nordisti e sudisti che insultano l’Italia sulle piazze d’Italia, mentre il Capo dello Stato scopre targhe commemorative e omaggia bandiere risorgimentali: fra le tante schizofrenie di questo beneamato Paese, che almeno questa ci venga risparmiata.

Tratto da : www.lastampa.it/

mercoledì 5 gennaio 2011

70 anni, corre per l'Unità d'Italia

Corre per l’Unità d’Italia,
70 anni, e gli rubano le valigie

04 gennaio 2011

(AGI) – Avellino. Ha notato un carrello carico di bagagli e lo ha rubato, senza immaginare che quelle valigie appartevano al maratoneta 70enne che sta compiendo il giro d'Italia a piedi per celebrare i 150 anni dell'unita' d'Italia.


E' andata male pero' al pregiudicato 30enne di Atripalda che ieri mattina si e' impossessato de bagaglio di Michele Maddalena, professore in pensione di Formia. L'uomo e' stato notato e bloccato poco dopo dai carabinieri del comando provinciale di Avellino. Tra i bagagli anche le pergamene che il maratoneta sta consegnando ai sindaci dei comuni dove fa tappa nel suo singolare giro, che si concludera' a marzo.
  Maddalena e' stato derubato proprio mentre in un bar di piazza Umberto I stava consegnando una delle sue pergamene alle autorita' locali. Il bagaglio e' stato recuperato e il ladro si trova ora in carcere. (AGI)

sabato 1 gennaio 2011