Finalità di questo Blog

Lo scopo di questo Blog "150° Unità d'Italia" è quello di raccogliere tutte le informazioni relative all'evento, e denunciare il tentativo di strumentalizzare la Storia ai fini anti italiani, così come denunciare l'impegno Istituzionale nel far passare questo importante traguardo il più inosservato possibile.

domenica 21 novembre 2010

E l'Unità divise gli scrittori

E l’Unità divise gli scrittori

di Edoardo Castagna
21 novembre 2010

Prima e dopo. Prima, «una letteratura risorgimentale, tutta tesa all’obiettivo dell’Unità: pensiamo ai grandi, Foscolo, Manzoni; pensiamo a Ippolito Nievo». Dopo, «un’inversione di rotta: fatta l’Italia, ne emergevano i difetti, individuati dagli stessi politici. La nazione era unita politicamente, non antropologicamente; bisognava costruirla, e gli scrittori si dedicarono a questo». L’Unità è uno spartiacque anche per la storia della letteratura italiana, illustra Giuseppe Lupo, scrittore, saggista e docente di Letteratura contemporanea alla Cattolica di Brescia.


Partiamo dal prima, dalla letteratura che fu un tutt’uno con il processo risorgimentale.
«Si tratta del cosiddetto "canone risorgimentale", ben ricostruito, per esempio, da Giuseppe Langella nel suo Amor di patria. I pre-unitari sono stati scrittori che hanno soprattutto creduto in un’idea, come Massimo D’Azeglio. E lo stesso Alessandro Manzoni: non intervenne mai attivamente in questioni pratiche, però tutta la sua opera è fondamentalmente un’opera risorgimentale. Lo mostra il lavoro che ha compiuto sulla lingua: anni e anni spesi per dare al suo romanzo una parlata nazionale, perché aveva capito che, prima ancora che ai confini geografici, una nazione è legata alla lingua che parla, alla sua identità culturale. Gli sono occorsi vent’anni per costruire “I promessi sposi” in una lingua nazionale, che fosse di tutti. Far parlare un filatore di seta e una contadinotta lombarda nel toscano è stata un’impagabile operazione nazionale e popolare».

E i critici post-unitari, invece?
«Si erano resi conto che, nonostante gli sforzi, sul piano dell’identità l’Italia continuava ad essere divisa. Le prime avvisaglie di crisi furono interpretate soprattutto da autori meridionali: innanzitutto, naturalmente, Giovanni Verga; poi quelli che ne sono stati in un certo senso "figli": Federico De Roberto, Luigi Pirandello, a seguire tutto il Novecento. La letteratura meridionale – "meridionale" non soltanto perché fatta da autori meridionali, ma anche perché fatta da ragioni culturali legate al Mezzogiorno – ha elaborato le varie forme della crisi, arrivando a formulare tre principi: la non-storia, l’anti-storia e la contro-storia».

Come si caratterizzano?
«Per la letteratura meridionale della non-storia vale l’idea che il Mezzogiorno non ha mai avuto una storia, ma è sempre rimasto immutabile; neppure il processo risorgimentale, con il passaggio dai Borbone ai Savoia, ha in realtà messo in moto un divenire storico. Sebbene già novecentesco, l’esempio più emblematico di questa posizione è il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi: è questo esponente non meridionale della letteratura del Meridione a formulare esplicitamente il concetto di un mondo immobile e sotterraneo: di non-storia, appunto. Ma forse il massimo romanzo della non-storia è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, del 1957. Il principe di Salina rifiuta recisamente di entrare a far parte del Senato del nuovo regno: non riconosce l’arrivo della storia».

E l’anti-storia?
«È quella che nasce con I Viceré di De Roberto (1894), che passa attraverso I vecchi e i giovani di Pirandello (1913) e che arriva fino al racconto di Leonardo Sciascia Il quarantotto (1958). In queste opere la storia arriva, sì, e porta modifiche; ma la risposta delle classi dominanti è di assecondarle, per continuare a governare, nel vecchio come nel nuovo mondo. Borbonici sotto i Borboni, diventano sabaudi con i Savoia: ma fondamentalmente non cambiano nulla. Comandavano prima e comandavano dopo; si legge ne I Viceré: «Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato». Oppure, ne Il quarantotto, il principe continua a cambiare i ritratti dei sovrani nel suo palazzo: toglie i Borbone per mettere Carlo Alberto, poi toglie Carlo Alberto e rimette i Borbone...».

Infine, la contro-storia...
«È un filone molto più recente, legato soprattutto al primo centenario dell’Unità. Si tratta sostanzialmente di un’interpretazione del processo risorgimentale completamente ribaltata, nella quale la guerra di liberazione e d’indipendenza nazionale diventa una guerra di conquista. La conquista del Sud è infatti il titolo del saggio del 1974 di Carlo Aianello, cui possiamo affiancare, man mano che ci avviciniamo al presente, Luciano Bianciardi, Aldo De Iaco, Raffaele Nigro, Giancarlo De Cataldo. Ad accomunarli, per esempio, è una lettura del brigantaggio come ribellione alla storia che arriva e che vuole imporre le sue regole. Ma si tratta per l’appunto di sviluppi molto più tardi; il primo filone, quello originario, è stato quello dell’anti-storia».

Un filone che era in rapporto anche con l’emergere della questione meridionale, nei primi decenni dopo l’Unità?
«Certo: il dibattito letterario aveva assorbito tutta la grande questione meridionale, della quale si occupavano gli storici, gli economisti, i filosofi e i giuristi: Giustino Fortunato, l’inchiesta Jacini, il viaggio di Zanardelli in Basilicata. La letteratura meridionale sposò pienamente la questione meridionale, facendone il suo argomento principale a partire da Verga – e in fondo tutta la narrativa meridionale scaturisce dal grande tronco verghiano. La risposta degli scrittori al problema è stata però, se non ambigua, almeno a diverse facce. A dominare è stato il disfattismo, il completo annullamento di ogni speranza, che ha generato una letteratura piagnucolosa, problematica: quella di Corrado Alvaro e di Ignazio Silone, ma anche dello stesso Levi; una letteratura fondamentalmente di denuncia. La risposta ai mali del Sud è stata, dal punto di vista sociologico, prima la ribellione – il brigantaggio –, poi l’emigrazione – verso le Americhe, poi verso il Nord Europa, infine verso il Settentrione. Purtroppo spesso è mancata, nella narrativa meridionale, la fase del progetto, della proposta».

E, al di là del Mezzogiorno, c’è stata anche una letteratura meno problematica e più celebrativa del Risorgimento?
«Sì, l’avvenimento centrale dell’Unità è stato ampiamente celebrato, con tutta una sua retorica letteraria. Ma attenzione: già negli anni Sessanta dell’Ottocento, cioè nell’immediato post-Unità, proprio nel Nord Italia emerge la Scapigliatura, un fenomeno in cui già gli scrittori cominciavano a porre il problema del Risorgimento imperfetto. Da una parte, quindi, Edmondo De Amicis, lo scrittore risorgimentale, il cui libro Cuore – che è del 1886, venticinque anni dopo l’Unità – è il libro per eccellenza dell’Italia unita; dall’altra, Iginio Ugo Tarchetti, che invece è lo scrittore del dubbio sul Risorgimento. Per De Amicis, la guerra è un avvenimento cruciale nel processo di formazione dell’Italia; Tarchetti, al contrario, è antimilitarista. Anche qui torna in mente Verga, che fa morire uno dei suoi Malavoglia nella battaglia di Lissa: ma di quella guerra il ragazzo non capiva nulla, il Veneto, il Trentino, l’Austria per un pescatore siciliano non avevano senso. In realtà il grande momento aggregante della nazione italiana è venuto con la Prima guerra mondiale: solo allora il popolo si è davvero ritrovato, nel dolore, unito».

E, accanto all’esaltazione di quanto fatto, non c’era anche un’esaltazione di quanto si sarebbe potuto ancora fare?
«All’indomani dell’Unità e ancor più negli anni Ottanta c’è stato il tentativo di esaltare l’Italia quale novella Roma, quale nazione che dovesse essere alla pari con le grandi potenze dell’Ottocento. È stato Giosuè Carducci lo scrittore che ha impresso, nella sua dimensione di poeta civile, l’idea dell’Italia risorta, del mito di Roma. Ed è stato anche da questo mito che, alla fine, è nato il fascismo – senza che Carducci ne abbia colpa, naturalmente. Tuttavia, la storia della letteratura considera molto più riuscita l’opera degli scrittori che hanno interpretato i segnali della crisi, che hanno compreso come il Risorgimento, realizzato così com’è stato realizzato, ha posto dei problemi. Che gli scrittori hanno fatto bene a registrare: sono stati il termometro di un’imperfezione».

Tratto da : www.avvenire.it/

venerdì 19 novembre 2010

Un esempio da seguire ed uno da fuggire !

150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia

2 novembre 2010

Quando sull’argomento Unità d’Italia, o più precisamente sul 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia cominciai ad agitarmi nella seconda metà del 2009 avevo visto giusto. Passato praticamente inosservato sui media, e quindi alla grande massa della popolazione l’anniversario della Battaglia di Solferino e San Marino del 1859, diveniva chiara la volontà di non ricordare volutamente un percorso storico importantissimo, che di li a due anni, avrebbe elevato a Nazione unita nel 1861, l’insieme dei piccoli Stati pre-unitari della penisola italiana.


Ho tentato ciò che era nelle mie poche forze, promovendo localmente un simposio storico “L’importanza della Storia”, che nonostante il menefreghismo quando non l’ostracismo dimostrato da molte amministrazioni comunali da me interpellate, ha riscosso poi un certo interesse locale. Nel frattempo, firme illustri del giornalismo italiano, schierandosi pro e contro, hanno tramutato anche questa sana occasione di unire il popolo italiano in un magistrale esempio di interessata polemica.
Occorre scrivere, che grazie alla passata giunta regionale Bresso, il Piemonte ha comunque approntato un calendario di “festeggiamenti”, in cui la Storia non è stata nascosta o peggio mistificata. Le splendide mostre, aperte di recente al Palazzo Reale di Torino e al Palazzo/Castello di Racconigi sul “Re Galantuomo”, che fanno bella mostra di se e chiuderanno i battenti nella primavera del 2011, fanno parte di questo calendario. E’ un caso praticamente unico in Italia, tanto è vero, che anche il progetto comune delle Regioni, sponsorizzato dall’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato in veste di garante per questi festeggiamenti a livello nazionale - dopo la rinuncia di Carlo Azeglio Ciampi - è in attesa di raccogliere l’adesione, ancora oggi di regioni importanti quali il Veneto e la Puglia.
Altre manifestazioni poi, a carattere nazionale interessanti la stessa Presidenza della Repubblica e a carattere locale, senza un filo conduttore logico e del tutto slegate tra loro, completano un quadro tanto desolante quanto previsto appunto.
Come spesso accade però, in mezzo alla sufficienza, la rivisitazione storica dei fatti, le volute dimenticanze , le dichiarate avversioni e tanta tanta demagogia politica, una luce si accende nel buio, dimostrando che si poteva con poco, fare molto di più e più utilmente per ricordare con coscienza la Storia e con essa i valori fondanti della nostra società.
Martedì 26 ottobre, Somma Vesuviana, comune in provincia di Napoli, ha voluto ricordare lo storico incontro di Garibaldi con Vittorio Emanuele II a Teano, intitolando una nuova via cittadina al “26 Ottobre 1860” appunto. Gran festa popolare con banda cittadina, discorsi di rito e Santa Messa per commemorare. Poi, udite udite… una bella mostra organizzata con i lavori e lavoretti dei bambini delle scuole cittadine sul tema dell’Unità d’Italia.
Questi lavoretti, che devono aver tenuto impegnati questi piccoli italiani di domani, il tempo necessario a comprendere da dove vengono, chi sono e dove stanno andando, non sono costati che un millesimo di una sola delle costose iniziative di cui sopra. Questo era da proporre e da portare avanti con energia a livello nazionale in tutti i comuni di questa nostra Italia se vi fosse stata la volontà di commemorare seriamente e degnamente il 150° anniversario della Proclamazione del Regno d’Italia con l’intento di rinnovare il valore inestimabile dell’unità di un popolo.
Questa sarebbe stata una commemorazione in linea con la crisi economica che ci attanaglia da decenni, in linea con uno degli scopi  principali della scuola pubblica (fare da trade union tra le diverse caratteristiche degli italiani), in linea con la necessità morale di riscoprire e riproporre valori aggreganti e comuni in una società che tende ogni giorno di più al particolarismo ed alla fantasiosa diversificazione tra le varie parti della popolazione.
La volontà della politica nazionale però, di trasmettere per mezzo dei media solo messaggi negativi su questo argomento, ha evitato accuratamente di informarci di questa stupenda e lungimirante iniziativa di Somma Vesuviana, preferendo invece e negli stessi giorni “investire” sforzi ed energia per tediarci su tutte le reti Rai con l’opinione del Sindaco di Gaeta, contrario alle celebrazioni medesime in generale. Opinioni avvalorate vergognosamente con servizi ed interviste televisive utili a fare di questa persona un sicuro esempio - lui si - per tutti coloro che con il tempo ancora a disposizione vorranno emularlo !
Un plauso quindi allo sconosciuto Sig. Sindaco Dott. Raffaele Alloca ed alle autorità tutte di Somma Vesuviana, alla quale mi sento di dire come italiano : grazie !
Per questo Piemonte, che pare aver perduto il suo smalto propositivo ed il suo antico ruolo guida, cosi come per la gran parte del restante territorio nazionale invece, il rammarico per aver dolosamente perso ancora una volta un’occasione d’oro !

Alberto Conterio
Commissario per il Piemonte di
Alleanza Monarchica - Stella e Corona

mercoledì 10 novembre 2010

Un altro saggio sconfessato dalla realtà dei fatti

Neoborbonici
Un altro saggio sconfessato dalla realtà dei fatti

Raccolta di articoli vari a cura di :

Istituto della Real Casa di Savoia
Ufficio Stampa

31 ottobre 2010

In un saggio a firma di Antonella Grippo e Giovanni Fasanella, intitolato “1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di scuola” (Sperling & Kupfer, 2010) si afferma: «L’Italia non è cambiata. È diventata quella che è oggi perché è nata così ed è
stata raccontata in un certo modo. La retorica risorgimentale è stata il tappeto sotto cui abbiamo nascosto la polvere per 150 anni. E così, se oggi si vuole capire questo Paese “malato”, affetto di vizi endemici che paiono inestirpabili, forse sarebbe bene ripercorrere i primi giorni della sua vita».

Siamo nuovamente davanti alle tesi storicamente infondate di certa propaganda neoborbonica, che sfrutta l’ignoranza storica dei più per scopi che, evidentemente, nulla hanno a che fare con il bene dell’Italia.


Ci limitiamo a ricordare, ad esempio, quanto afferma il docente napoletano Carmine Cimmino :
(“Il Mediano”, 14 agosto 2010):
“Avendo scritto dieci anni fa un libro sui briganti del Vesuvio, conosco perfettamente gli argomenti dei nostalgici dei Borbone.
Rispondo con dati tratti da documenti borbonici e da scrittori “borbonici“.
“Vorrei raccontarvi la vita quotidiana nei Comuni: la vita dei clan dei “galantuomini” e la vita dei “miseri”, così come viene descritta, con assoluta chiarezza, dalle relazioni degli Intendenti borbonici (i Prefetti di oggi), dagli atti comunali, dalle “suppliche“ che i parroci più sensibili rivolgevano alla Maestà del Re “umiliandosi davanti al trono”. Le carte borboniche non riescono a nascondere le storie dell’ordinaria sopraffazione e il dramma di una povertà che spesso alimentava un degrado morale intollerabile”.

Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, ricorda che :
(“La Stampa”, 1 novembre 2009).
“il Regno del Sud era un territorio profondamente depresso ed era almeno un secolo e mezzo indietro rispetto allo sviluppo del resto d’Europa. L’operazione fatta dai Savoia aveva un senso allora e ne ha uno ancora oggi, se guardiamo a come sono andate le cose in seguito. In qualche modo ha contribuito a far crescere il Mezzogiorno rispetto a ciò che era allora”.

Ernesto Galli della Loggia annota :
(“Corriere della Sera”, 29 agosto 2010)
“Almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene
assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori”. D’altra parte, Antonella Grippo si era già occupata di storia meridionale, pubblicando, nel 2008, un saggio dove il brigantaggio
veniva definito “guerra nazionale e religiosa”.
A parte i tantissimi sacrilegi compiuti dai briganti, ben documentati, che escludono l’aspetto religioso alla radice, tutti i veri storici hanno sempre escluso un qualunque aspetto “nazionale” (naturalmente duo siciliano) del brigantaggio.
Non fosse altro per il fatto che esso, com’è ampiamente provato, nacque e si consolidò già due secoli prima della spedizione dei Mille, venendo aspramente combattuto sia dai Borbone sia da Murat. A proposito dei primi, Dino Messina, giornalista meridionale ed articolista del Corriere della Sera, ricorda “i Borbone che già prima delle insorgenze del 1860 - 61, avevano sperimentato alleanze con la malavita. Il cardinale Ruffo, alla fine del Settecento, fu a capo di un esercito composto da lealisti e briganti per ristabilire il regno dei Borbone”.

Riteniamo dunque inattendibili le affermazioni di questa scrittrice e le ricordiamo quanto ha recentemente affermato Carlo di Borbone, Duca di Castro :
(“Corriere del Mezzogiorno”, 4 ottobre 2010)
“L’Unità d’Italia è un fatto indiscutibile. Rimette in discussione il passato solo chi ne ha paura. E chi ha paura non va avanti”.

lunedì 1 novembre 2010

Monarchia ed Unità

MONARCHIA E UNITA’

di Emilio Faldella

Pubblichiamo l’articolo sempre di grande attualità, dello storico Gen. Emilio Faldella apparso sul numero di dicembre 1961 del mensile “Critica Monarchica” che era diretto allora dall’amico Dr. Ing. Domenico Giglio.

In occasione della celebrazione del Centenario 1860-1861 scrittori e conferenzieri hanno posto il loro maggior impegno a rappresentare la Monarchia Sabauda, il Regno Sardo e le sue Istituzioni quali elementi ritardatori dell’ “unità”, quando non addirittura avversari dell’unificazione.


Questa tendenziosità si era già rivelata nella stessa impostazione delle celebrazioni, allorché, invece di ricordare il centenario della “proclamazione del Regno”, si volle commemorare il centenario dell’ “Unità”, raggiunta, invece, nel 1870.

Questi adulteratori della storia, non si erano però accorti che, in netto contrasto con le loro intenzioni, celebrare nel 1961 il centenario dell’“Unità”., significava riconoscere implicitamente che proprio la proclamazione del Regno era stata, dal 1861, fattore essenziale ed insostituibile del processo di unificazione politica, ma soprattutto dell’unificazione spirituale.
La dimostrazione di questa verità scaturisce da poche constatazioni, riferite agli avvenimenti salienti del Risorgimento: il decennio 1849-1859; le annessioni; la campagna del 1860; la costituzione dell’Esercito Italiano.

* * *

Nel decennio 1849-1859 l’ “unità” politica era un’utopia, che poteva essere oggetto di aspirazioni di filosofi; soltanto la “indipendenza” dallo straniero, e cioè la cacciata dell’Austria dalla penisola, appariva realizzabile, in un certo periodo di tempo e verificandosi favorevoli circostanze.
Non è possibile negare che al raggiungimento di questo obiettivo abbiano attivamente operato sia Vittorio Emanuele, sia il Governo Sardo e, in particolare il Conte di Cavour.

Si obietta: il Re era mosso da interesse dinastico, si atteneva alla linea direttrice della politica della Monarchia Sabauda, tendente all’espansione dei domini nell’Italia Settentrionale.
Ammettiamolo pure; è, però, ovvio che, attraverso questa ammissione, si dimostra che gli interessi e le aspirazioni della Casa di Savoia si identificavano con gli interessi e le aspirazioni degli Italiani che anelavano all’indipendenza dallo straniero.

C’è di più: quando ancora la unità politica era un’utopia, negli Stati Sardi si stavano già gettando le basi dell’unità spirituale e giuridica degli Italiani.
Infatti, nel decennio 1849-1859 il Regno Sardo rappresentò per i patrioti di ogni parte d’Italia il porto sicuro nel quale riparare, nel quale gli esuli - fossero monarchici o repubblicani - trovarono non soltanto asilo, ma campo aperto alle loro attività.
Italiani esuli dai loro paesi d’origine - per dire soltanto dei maggiori -furono accolti nell’Armata Sarda con gradi anche elevatissimi (i generali Cialdini, Cucchiari, Fanti, per esempio); altri divennero senatori e deputati, direttori di giornali, come il Massari, impiegati nelle pubbliche amministrazioni, professori nell’università.
I portici ed i caffè di Via Po, i salotti, le redazioni dei giornali, erano il “foro” nel quale l’idea dell’indipendenza era discussa propagandata, facendo della piccola Torino centro propulsore di un’azione per la quale gli Italiani di tutte le regioni si sentivano affratellati.
Non certamente ai mazziniani, ma al Re Vittorio Emanuele ed al Governo Sardo, nella persona di Cavour, va il merito della politica abilissima che preparò, attraverso la campagna di Crimea, la campagna del 1859. Ricordiamo il proclama di Mazzini ai soldati piemontesi in partenza per la Crimea, per invitarli a disertare ed a ribellarsi.

La funzione direttrice e catalizzatrice degli Stati Sardi ebbe influenza ancora più decisiva dopo la delusione di Villafranca.
Chi avrebbe allora osato parlare di “unità”? Sembrava persino utopia sperare ancora nella totale cacciata dell’Austria dalla penisola.
Unica soluzione, per il momento, appariva l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna e la ripartizione del rimanente d’Italia in un regno dell’Italia Centrale, voluto da Napoleone III, nel Regno delle Due Sicilie e negli Stati della Chiesa.

Mentre il Governo di Torino, con opera abilissima, cercava di evitare la reintegrazione dei sovrani spodestati nei Ducati e la restituzione della Romagna al Pontefice, la corrente rivoluzionaria sapeva soltanto creare nuove difficoltà, rivolgendo le proprie mire allo sviluppo di un’azione armata contro lo Stato Pontificio, rischiando di provocare l’intervento della Francia e la ripresa della guerra da parte dell’Austria, che aveva mantenuto un forte esercito nel Veneto.

Causa le mene dei rivoluzionari, incombeva sul Governo di Torino lo spettro di una seconda Novara che avrebbe fatto perdere tutti i vantaggi conseguiti con la campagna del 1859.

Chi mai avrebbe potuto, in otto mesi, fare dei preliminari di Villafranca, qualificati “maledetti” anche dal Cavour, i “benedetti” preliminari di Villafranca, rovesciare la situazione, giungere all’annessione dell’Italia Centrale e delle Romagne, se non il Governo di Vittorio Emanuele II, di quel Re che, proprio quando maggiore era stato lo smarrimento, aveva intuito grandi vantaggi che sarebbe stato possibile trarre dall’armistizio, ed aveva con la sua fede indirizzato il Governo sulla giusta via?

Da poche settimane era stato risolto il problema delle annessioni, col sacrificio di Savoia e di Nizza, prezzo pagato per tacitare Napoleone III, quando la Spedizione dei Mille suscitava una tempesta diplomatica.
I rivoluzionari accusarono allora Cavour di aver osteggiato la spedizione garibaldina e di essersene poi subdolamente servito per soddisfare interessi dinastici e, naturalmente, cento anni dopo le accuse sono state riprese e sviluppate, per cui Vittorio Emanuele II e il Conte di Cavour sono stati presentati come cinici sfruttatori della generosità garibaldina.

Per esprimere un giudizio sereno, bisogna tener presente che se il Regno di Sardegna aveva potuto farsi campione dell’Indipendenza dal dominio straniero, riscuotendo simpatie in Francia ed in Inghilterra, non poteva altrettanto apertamente farsi campione dell’Unità, poiché la realizzazione dell’unità implicava l’eliminazione di Stati, quali il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, e perciò urtava contro il principio della legittimità, che tutte le monarchie europee avevano sommo interesse a non lasciar intaccare.
Il Governo di Torino non poteva pensare di dichiarare guerra al Re di Napoli ed al Papa; avrebbe potuto, tutt’al più, intervenire, quando si fosse manifestata la necessità di “frenare” la rivoluzione, sperando di avere, per questa funzione, la tolleranza dell’Europa.
Perciò la rivoluzione nell’Italia Meridionale era nei piani di Cavour, purchè scoppiasse al momento opportuno e, nell’aprile-maggio 1860, il momento non gli sembrava - ed effettivamente non era - opportuno.

Non esisteva quindi, fra il Conte e la corrente rivoluzionaria un contrasto di fondo; il contrasto era limitato alla scelta del momento, Cavour desiderava soltanto avere a disposizione il tempo necessario per creare condizioni favorevoli nel campo diplomatico e, intanto organizzare l’amministrazione delle province allora annesse e, soprattutto, condurre fino ad un punto soddisfacente l’immane opera iniziata soltanto sei mesi prima per triplicare la forza dell’Esercito, onde essere in grado di fronteggiare un’eventuale - e tutt’altro che improbabile - ripresa della guerra da parte dell’Austria.
Dovette abbandonare scrupoli e timori, di fronte all’atteggiamento assunto dal Re Vittorio Emanuele che, spinto dal suo spirito battagliero, voleva “lasciar fare” a Garibaldi.

E’ assurdo sostenere che Cavour abbia avversato la Spedizione dei Mille; si dica piuttosto che l’ha tollerata. Ma come avrebbero potuto i Garibaldini raccogliersi in Genova sotto gli occhi delle autorità compiacenti, impadronirsi delle navi, salpare, giungere a Marsala, se Cavour avesse voluto impedirlo?

Egli chiuse gli occhi, fornì i mille fucili, inviò la Squadra Sarda da Livorno - dove avrebbe potuto agevolmente intercettare i due piroscafi garibaldini - a Cagliari, ben lontano dalla rotta che Garibaldi avrebbe seguito e, non appena avvenuto lo sbarco in Sicilia, lasciò Medici e Bertani liberi di arruolare volontari, imbarcarli e trasportarli a migliaia e migliaia in Sicilia.
E’ vero: Cavour si è servito della Rivoluzione per “fare l’Italia” con la Monarchia di Savoia. Però è anche vero che senza il prestigio della Monarchia e senza la “copertura” assicurata nel campo diplomatico dal Governo del Regno di Sardegna, nessuno avrebbe impedito interventi armati che avrebbero stroncato la campagna di Garibaldi. Soltanto il Governo Sardo, che offriva serie garanzie agli Stati europei che la "rivoluzione” non avrebbe avuto sviluppi pericolosi contro gli Stati della Chiesa, poteva evitare che Francia ed Austria intervenissero con le armi.

La tempesta suscitata dalla spedizione garibaldina si scatenò contro il Re e Cavour, qualificati da tutta Europa “filibustieri”; ambedue l’affrontarono con spregiudicata fiducia e rara abilità, coprendo le spalle a Garibaldi.
Poi - si sostiene - quando la Rivoluzione aveva vinto, la Monarchia si appropriò del regno conquistato e nemmeno fu riconoscente a Garibaldi ed ai suoi.

Ma era poi davvero “conquistato” il Regno di Napoli?

La battaglia del Volturno fu il canto del cigno dell’esercito dei volontari; smisuratamente ingrandito, aveva perduto in efficienza e si trovava di fronte l’esercito borbonico riordinato, che occupava piazze - Capua e Gaeta - che i Garibaldini non avrebbero mai potuto conquistare, mancando dei mezzi di assedio necessari.
Se la flotta francese impedì all’Armata Sarda di bloccare Gaeta, a maggior ragione lo avrebbe impedito a Garibaldi.

Le sorti del “conquistato regno” erano sospese ad un filo, filo che avrebbe dovuto reggere molto a lungo, filo corroso dai movimenti popolari legittimisti, già degeneranti nel brigantaggio, filo che le potenze europee avrebbero potuto recidere facilmente, se lo avessero voluto.
L’Europa poteva accettare il “fatto compiuto” soltanto se il Regno di Sardegna si rendeva garante dell’ordine; non avrebbe mai tollerato che l’Italia Meridionale diventasse focolaio di velleità rivoluzionarie.
Se l’Armata Sarda non fosse intervenuta, se il Governo di Torino non avesse preso in mano la situazione, lungi dal fare un passo innanzi verso l’“unità”, si sarebbe spezzata anche l’unità dell’Italia Meridionale, poiché già si voleva una repubblica in Sicilia ed una repubblica a Napoli.

Il Governo di Torino, funzionari inviati nelle province appena annesse, commisero errori, volendo estendere a tutta la penisola sistemi che andavano bene nelle province del Regno Sardo, ma che non erano facilmente accettabili da popolazioni in grande maggioranza misere, e che però non conoscevano tasse, obblighi di sevizio militare, giustizia imparziale e severa.
Gli errori non annullano l’importanza del fatto essenziale: soltanto l’annessione al Regno Sardo e la successiva trasformazione di questo in Regno di Italia, potè consolidare e rendere duratura la vittoria della rivoluzione.

Di pari passo con l’azione politica che, dall’aprile 1859 alla primavera del 1861, in meno di due anni, trasformava uno Stato di cinque milioni di abitanti in uno di oltre venti milioni, si svolgeva l’organizzazione di quello che, il 4 maggio 1861 sarebbe diventato Esercito Italiano.
In meno di due anni le cinque divisioni dell’Armata Sarda diventarono dieci e, nell’anno successivo, venti, incorporando uomini di tutta la penisola, ufficiali provenienti da tutti gli eserciti disciolti.

Dai 2500 ufficiali mobilitati con l’Armata Sarda nel 1859, si giunse nel 1862 a 15.000 ufficiali, incorporando, fra gli altri circa 1.500 lombardi; 1300 dell’Italia Centrale, altrettanti dell’Esercito delle Due Sicilie; 2.000 ufficiali garibaldini.
E da questi ultimi, tutti repubblicani di sentimenti, provvenero i nostri generali che divennero fedelissimi servitori della Monarchia: dal Bixio al Medici, al Sirtori al Cosenz, che fu il
preclaro capo di stato maggiore dell’Esercito. Questo “amalgama”, mediante il quale, pur superando gravissime difficoltà e malgrado seri inconvenienti, fu costituito quell’esercito che il Settembrini definì “il fil di ferro che ha cucito insieme l’Italia e la mantiene unita”, non è un “miracolo”.

Fu il risultato di un’azione ispirata dalla Monarchia che rimanendo al di sopra di divergenze di opinioni, ispirò in tutti tale fiducia e devozione, di poter assolvere una preziosissima funzione unificatrice.
Tanta fu la forza spirituale che essa irradiò, che fece dei più accesi repubblicani i fedeli del Re.

Né va dimenticato l’apporto che alla creazione del grande Esercito diede l’Armata Sarda col prestigio, gli ordinamenti, la scrupolosa amministrazione, la solidità e la fedeltà dei quadri e della truppa.
Sarebbe certamente stato preferibile che l’incontro di Teano fosse stato più calorosamente cordiale, che fra i seguiti del Re e del Condottiero fosse regnato maggior cameratismo, che l’assorbimento dei volontari fosse stato effettuato con maggior generosità.

E’ però il che le reciproche incomprensioni fra Esercito regolare e corpi volontari erano giustificate da circostanze che, allora, apparivano più gravi quanto ci appaiano ora.
I volontari, da parte loro, non agevolarono fusione, pretendendo lungo tempo di costituire un esercito a sé, distinto da quello regolare, che era assurdo in Stato unitario.

Questo prova quanto poco unitario” fosse lo spirito animava gli uomini della “rivoluzione” e di conseguenza, quanto provvidenziale sia l’azione svolta dal Governo Sardo per superare esclusivismi e personalismi, divergenze tendenze e di opinioni, che avrebbero ostacolato se non impedito lungo tempo il compimento del processo unitario.

Checché dicano e scrivano gli storici che, per giustificare la Repubblica, hanno bisogno di negare anche i meriti che la Monarchia ha acquisito durante il Risorgimento, affermiamo che senza la Monarchia Sabauda il cosiddetto “miracolo” dell’“unità”, realizzato in soli due anni sarebbe rimasto a lungo un’utopia di filosofi e di pensatori.

Tratto da : http://italia-reale.alleanza-monarchica.com/