Finalità di questo Blog

Lo scopo di questo Blog "150° Unità d'Italia" è quello di raccogliere tutte le informazioni relative all'evento, e denunciare il tentativo di strumentalizzare la Storia ai fini anti italiani, così come denunciare l'impegno Istituzionale nel far passare questo importante traguardo il più inosservato possibile.

sabato 2 ottobre 2010

Risorgimento alla rovescia


Chiedo alla Redazione de “Il Biellese” la gentilezza di poter fare alcune precisazioni di carattere storico, alla lettera del Sig. Costante Giacobbe, apparsa martedì 28 settembre, in cui con una serie di fantasie e di banalissimi luoghi comuni, si pretende di contestare il Risorgimento.
E’ chiaro che in una Paese come il nostro, agitato da una politica che fa teatro, ed un teatro che pretende di dettare la politica, le falsità possano sembrare verità, ma la storia per fortuna risponde ancora alla semplice regola dei documenti e dei fatti.


In quest’ottica, mi preme ricordare non solo al gentile Sig. Costante Giacobbe, ma a tutti i lettori di questo giornale, che il brigantaggio nel sud Italia, non è nato all’alba dell’Unità come si vuol far credere in opposizione ai cattivi Piemontesi conquistatori, ma era già ben radicato in quelle province tanto da far parlare gli studiosi in merito, di “fattore endemico del sud”. Per ragioni di spazio non citerò testi ed autorevoli autori a difesa di ciò. È sufficiente infatti, leggere gli ultimi articoli apparsi su “Il Corriere della Sera” il 29.08.2010 a firma Giuseppe Galasso e sul “Il Sole 24 Ore” di inizio settembre a firma Alberto Casirati, per capire che il brigantaggio, era già presente a fine ‘700 prima ancora della calata rivoluzionaria francese nella penisola. Queste bande organizzate, servivano i baroni ed i grossi latifondisti locali per fruttare il popolo nella paura. Murat, Re di Napoli grazie alle baionette napoleoniche, dovette combattere il brigantaggio quando questo si rifece il trucco e divenne legittimista per comodo, per tornare ad essere quello che era sempre stato al ritorno sul trono dei legittimi Borbone. Tanto è vero, che i Borbone tra gli anni 1820 e 1848, scatenarono una vera guerra interna nel tentativo di debellarlo.
Per quanto riguarda la florida economia del meridione pre-unitario, possiamo consultare per brevità, Montanelli nella sua “Storia d’Italia”. Le industrie, ad esempio, erano attive in buona parte, grazie a dazi che potevano arrivare anche al 100%. Questo fece si che quando il meridione venne unito al resto d'Italia, le “famose” industrie del sud, si trovarono senza protezionismo e fuori mercato perché non competitive e incapaci di esserlo per cattive abitudini clientelari.
Passando ai primati tecnologici, si ricorda sempre la ferrovia Napoli Portici. Inaugurata nel 1839, la prima in Italia. 20 anni dopo però, la Napoli portici era sempre… la Napoli Portici, mentre in Piemonte i chilometri di ferrovia erano oltre 900, 500 in Lombardia e addirittura 250 nella rurale Toscana. Se è vero che la flotta mercantile napoletana era annoverata tra le più numerose del mondo, dovremmo chiederci a cosa servissero tutte quelle navi, se la mole dei traffici commerciali con l’estero, era nettamente inferiore a quello fatto registrare dalla piccola flotta mercantile Sarda. La risposta ancora una volta, viene dai documenti di carico e dai diari di bordo nei bastimenti. In un Reame dove non esistevano (quasi) le strade interne, le navi venivano impiegate soprattutto per il collegamento tra le principali città navigando sotto costa !
Ma le casse del Piemonte erano vuote, e quelle Borboniche stracolme di denaro, amano urlare gli amici neo-borbonici ! Bella scoperta, in Piemonte il denaro servì a finanziare la costruzione di infrastrutture e scuole e a pagare i debiti contratti nelle campagne militari o in riparazione di guerra per l’unificazione. Vale la pena di ricordare opere quale il Canale Cavour, o l’inizio dei lavori al traforo del Frejus nel 1857. Tutte opere costose al tempo quanto utili ancor oggi, mentre al sud, si depositava il denaro nei forzieri, senza ricadute e benefici sociali.


(la lettera del Sig. Costanzo Giacobbe del 28 settembre 2010)

Concludendo, e cercando di uscire da questa dannosa retorica, del pro e contro, quali sono i benefici pratici portati in dote al sud, dall’Unità d’Italia ?
Giustino Fortunato, meridionale e meridionalista scrisse : “Eravamo ancora, nel 1860, sul limitare del medio evo, quando, di botto, fummo cacciati nell'età moderna; o meglio, le due età s'incontrarono a un tratto, si mescolarono, si confusero nel modo più singolare e per via de' più stridenti contrasti. Nessun paese, per ciò, è più arretrato del nostro nel sentimento della libertà.”
Ecco, …lo Stato unitario portò in dote con lo Statuto Albertino un sistema democratico, da perfezionare certo, ma finalmente palpabile, base di ogni sviluppo e società moderna . Al tempo ciò, non doveva essere poca cosa se centinaia di patrioti meridionali erano stati pronti per esso a sfidare la forca. Troppo poco ? Allora citiamo Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio, che in un esemplare articolo sempre su “Il Sole 24 Ore” di agosto di quest’anno, per zittire una serie di variopinti articoli contro l’Unità del nostro Paese, firmati da “grossi nomi” del giornalismo italiano, ha voluto ricordare che grazie alla legge Casati, del febbraio 1860, e subito estesa alle province meridionali riunite alcuni mesi dopo, fu possibile la scolarizzazione di massa della popolazione e l’inizio dell’emancipazione femminile. Con questa Legge infatti, si creò la figura della Maestra, prima professione in Italia capace di portare le donne nel mondo del lavoro, e con essa si diede l’avvio alla scolarizzazione effettiva delle aree rurali, ma soprattutto, delle bambine, strappandole dalla loro secolare miseria, schiavitù e sottomissione.
Se questi argomenti oggi, …a pancia piena e a mente annebbiata dal caos che viviamo, possono sembrare piccole cose, è sufficiente rifletterci un istante con serenità, perché acquisiscano l’importanza di una rivoluzione epocale. Senza l’Unità d’Italia ciò non sarebbe stato possibile.

Bene ha fatto quindi il Sindaco di Marsala a ricordare nel 150° anniversario dello sbarco dei Mille, la “Storia”, non per dovere istituzionale, alla quale alcuni Sindaci del nord hanno già pensato di sottrarsi per opportunismo o ignoranza, ma per la consapevole gratitudine a quel preciso momento storico, che segnò per la Sicilia e per noi tutti il passaggio ad una nuova era !

Alberto Conterio
Commissario per il Piemonte di
Alleanza Monarchica - Stella e Corona

mercoledì 8 settembre 2010

Unità d'Italia, al via i festeggiamenti


Unità d'Italia, al via i festeggiamenti

08 settembre 2010

A Napoli potrebbe celebrarsi un nuovo incontro ideale tra il re Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi. Ad annunciarlo il sindaco del capoluogo partenopeo, Rosa Russo Iervolino, nel corso dell'incontro che apre le celebrazioni per i 150 anni dall'unita' d'Italia. "Abbiamo chiesto alla soprintendenza per i beni architettonici - dice il primo cittadino - di poter installare la statua del primo re d'Italia davanti alla fermata della nuova stazione della metropolitana, rivolta verso quella che raffigura l'Eroe dei due mondi". Con il dibattito di oggi, Napoli apre a livello nazionale il ciclo di eventi previsti. Il 7 settembre 1861, infatti, Garibaldi entro' vittorioso in citta'.


A distanza di un secolo e mezzo, Iervolino sottolinea come non si stia ricordando "una persona, ma un avvenimento storico, che ha comportato sacrifici duri, ma che ha cambiato la storia della nostra terra, restituendole dignita' e forza". Mentre il sindaco completa l'intervento, all'esterno del Maschio Angioino una delegazione del movimento neo-borbonico definisce Garibaldi "un brigante che, con l'aiuto della camorra, invase uno stato indipendente, violando i trattati internazionali".

Ai sostenitori della monarchia risponde indirettamente lo storico Giuseppe Galasso, che incentra la sua relazione sulla grandezza mondiale di Garibaldi, "un eroe osannato anche in America e in Inghilterra". Il docente di Storia medievale e moderna sottolinea come l'unificazione segno' l'inizio di una grande rinascita, "una fioritura che non si e' piu' ripetuta". Le minoranze leghiste e neo-borboniche che spingono verso la secessione, prosegue Galasso, dimenticano che "la nazione unita e' sopravvissuta a due guerre mondiali e a una serie di altri disastri, come un malato che appare in fase terminale, ma che sa sempre rialzarsi e andare avanti". Il processo di unificazione ha avuto anche ricadute economiche, come spiega il presidente dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez), Adriano Giannola. "Nel 1860 - dice - non c'era alcun divario tra nord e sud in termini di reddito e prodotto procapite". Per il docente di Economia bancaria, le rivendicazioni del settentrione non sono fondate: "non c'e' alcun eccesso di trasferimenti verso il sud, che paga meno tasse perche' ha redditi inferiori a quelli del nord".

Tratto da : Affari Italiani

lunedì 26 luglio 2010

"Sono solo canzonette !"


“Sono solo … canzonette !”
Bennato ed il Brigantaggio
di Giuseppe Polito
7 marzo 2010
“L’Italia è un paese ingovernabile e con questa ingovernabilità dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Ho girato il mondo ma poi quando torno a casa mi rendo conto che Bagnoli è una polveriera.
Parlo di Vittorio Emanuele II di Savoia, perché il patto di Teano segnò la nascita del brigantaggio, personaggi leggendari che difendevano la povera gente dagli aguzzini e dai tiranni. Sono passati centocinquant’anni dall’Unità d’Italia ma oggi nell’ex Regno delle Due Sicilie esiste un’entità, che possiamo chiamare camorra, mafia o ‘ndrangheta, che si è assunta il compito di difendere la gente dagli strumenti del potere che al Sud vengono percepiti  come ostili. Ci accingiamo a festeggiare i centocinquant’anni di Unità in un caos totale ed ormai sappiamo bene che chi si ostina a tentare di governare questo caos in modo tronfio o applicando le regole del più banale patriottismo rischia di farsi male…Non faccio lezioni di geopolitica e non parlo in aule universitarie: io scrivo canzonette e devo divertire un pubblico che va dai bambini di 5 anni in su”. Questa la dichiarazione del cantautore napoletano Edoardo Bennato alla stampa, in occasione della presentazione del suo ultimo album dal titolo “Le vie del rock sono infinite”., nel quale vi sono due canzoni “C’era un re” e “Il capo dei briganti” ove l’artista esterna le sue idee storiche. Dichiarazioni farneticanti come sempre capita a personalità di quella “intellighenzia” nostrana conformista e rivoluzionaria, col cuore a sinistra ed il portamonete a destra…
Bene ha fatto lo storico Giordano Bruno Guerri quest’oggi sulle pagine culturali del “il Giornale” a rispondere a Bennato, che sarà ospite in serata del salotto letterario di Fazio su RaiTre, ricordando che “…il brigantaggio esisteva da ben prima, spesso con connotazioni esclusivamente criminali, e si era opposto a Murat quasi quanto ai Savoia”. Non siamo d’accordo col Guerri quando si lascia anche lui prendere dai sentimenti nostalgici sul grande brigantaggio, definendolo “guerra civile fra una parte considerevole delle popolazioni meridionali e l’esercito che quelle stesse popolazioni continuavano a chiamare piemontese”.
E’ troppo chiedere ad entrambi di leggere qualche pagina del sottoscritto sul brigantaggio? A Bennato che ammiriamo come artista delle sette note, consigliamo di continuare a scrivere “canzonette”, al dottor Guerri di non essere uno Sgarbi del Risorgimento!
Giuseppe Polito
Direttore della Biblioteca Storica
Regina Margherita
Pietramelara (CE)

lunedì 19 luglio 2010

150 anni di Unità d'Italia

150 anni di Unità italiana

Di : Roberto Vittucci Righini

Novembre 2009

La Storia

Il 17 marzo 1861 mancava ancora l’annessione di Roma ma venne ugualmente proclamato che l’Italia aveva cessato di essere un insieme di Stati e Staterelli per diventare finalmente una Nazione, il “Regno d’Italia”.

Prima capitale del nuovo Stato unitario fu automaticamente Torino, poi sostituita nel 1865 dalla più centrale Firenze; occorrerà quindi attendere la presa di Roma il 20 settembre 1870 con conseguente annessione dello Stato pontificio, per avervi doverosamente la sede del Sovrano e del Governo.


Detto così sembra quasi che si sia trattato di una passeggiata, di qualcosa di facile e quasi automatico, ma la storia vera e non quella da burletta propinataci a turno dai leghisti e da umoristici seguaci di separatisti liguri, napoletani e siciliani, ci insegna che dovettero trascorrere centinaia di anni con decine e decine di generazioni, prima che uomini illuminati (condottieri, statisti, combattenti ed intellettuali) riuscissero a darci la Patria Italia cacciando anche gli eserciti stranieri che ne occupavano parte per sé od a sostegno di altri, in particolare dello Stato pontificio.

Occorrerà poi ancora circa mezzo secolo prima che si potessero liberare ed annettere Trento e Trieste, completando l’unità dell’Italia con la vittoria del 4 novembre 1918.

I protagonisti

A seguire i mass media sembrerebbe che l’unità d’Italia sia stata opera dei soli Cavour e Garibaldi, con il modesto concorso di Mazzini.

Nessuno ricorda Re Vittorio Emanuele II che dopo Re Carlo Alberto alzò il Tricolore portandolo a sventolare su tutta la penisola;

nessuno - e qui è lampante la malafede di tanti pretesi storici che parlano dei 150 anni di unità italiana - riconosce e da atto che senza Casa Savoia, vale a dire la Dinastia che regnava sullo Stato Sardo-piemontese, l’Italia sarebbe probabilmente ancora oggi una accozzaglia di staterelli.

Cosa avrebbe potuto fare il Conte Camillo Benso di Cavour se non fosse stato nominato Primo ministro da Re Vittorio Emanuele II e non ne avesse assecondato la volontà di unificare la penisola, affiancando con la sua intelligenza politica la decisione ed il valore di combattente del Sovrano?

Chi si ricorderebbe più di Cavour qualora anziché nella Torino sabauda fosse nato nella Roma pontificia o nella Napoli borbonica?

A chi si sarebbe rivolto Giuseppe Garibaldi per consegnare il Meridione conquistato dalla spedizione dei Mille, con navi e armi fornite da Casa Savoia?

Forse allo spodestato Francesco II di Borbone o a Papa Benedetto IX, se non addirittura all’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe che con le proprie truppe ancora occupava le tre Venezie?

Per cosa, oltre che quale mandante di attentato alla vita di Re Carlo Alberto o membro del Triunvirato autoproclamatosi reggente della ectoplasmica Repubblica romana, potrebbe venir ricordato Giuseppe Mazzini?

E allora? Allora cerchino di essere seri e la smettano di prendere in giro gli Italiani, riconoscendo che il primo vero, autentico ed indiscutibile Padre della Patria fu Re Vittorio Emanuele II che la unificò con l’aiuto di uomini (politici e militari) da lui scelti.

Il Risorgimento

Per poter dare addosso all’unità d’Italia ed a Casa Savoia è indispensabile accusare i protagonisti del Risorgimento di misfatti e prevaricazioni e, nel contempo, tentar di glorificare i vinti che si batterono - o in molti casi meglio sarebbe dire, si arresero - contro gli uomini, che l’Italia fortemente vollero e realizzarono.

Di qui talune leggende che vorrebbero il Regno delle Due Sicilie all’avanguardia in tanti campi dall’industria (che nessuno ha mai potuto spiegare in cosa consistesse) all’agricoltura, contrapposto al Regno Sardo-piemontese indebitato e retrogrado.

Che il Regno di Sardegna avesse debiti è logico prima ancora che legittimo; le guerre per liberare l’Italia dagli interessi e dagli eserciti stranieri avevano avuto un notevole costo non solo di sangue (versato abbondantemente dagli abitanti del Nord ai quali si erano aggiunti illuminati ma non certo molto numerosi patrioti del resto d’Italia, come risulta anche da ricerche dell’Ufficio storico dell’Esercito che ha calcolato in poco più di venti i volontari del Meridione che presero parte alla Seconda Guerra di Indipendenza contro l’Austria nel 1859) ma anche di denaro uscito oltre che dalle casse del Regno sabaudo da quelle di generosi privati che avevano concorso anche economicamente all’unità nazionale.

Dall’aver debiti anche ingenti, alla pretesa che siano stati ripianati dal vuoto contenuto dei forzieri del Regno delle Due Sicilie il passo è lungo; in verità, invece, il “Regno d’Italia” si trovò indebitato oltre che dalle spese delle guerre d’indipendenza, dal disavanzo ereditato dall’amministrazione borbonica.

Debiti che, detto per inciso, vennero poi saldati e non lasciati a carico delle generazioni future, come quelli costantemente in aumento che accumulano i governi di questa repubblica.

Altra leggenda vuole che il Regno delle Due Sicilie si sia arreso a seguito del tradimento di taluni suoi generali, al quale si sarebbe contrapposto l’eroismo e la voglia di combattere delle truppe.

Da Marsala a Teano i Garibaldini non passeggiarono ma quasi, aumentando le loro file con volontari locali.

Anche il tentativo di spacciare per patrioti borbonici i briganti che taglieggiavano la oopolazione, è stato ampiamente smentito; delinquenti erano sotto i Borbone e delinquenti sono rimasti, sino alla loro eliminazione, sotto i Savoia.

Non si intende qui negare che vi siano state nel Risorgimento anche pagine negative, ma è sicuro che ogni grande impresa - e quella compiuta da Re Vittorio Emanuele II con l’unità della Patria certamente lo è stata - può presentare lati oscuri che non ne intaccano comunque minimamente il valore effettivo.

Federalismo

Se la Storia (quella vera e non già quella distorta insegnata da docenti che in buona parte la ignorano per non averla studiata nemmeno loro) ci insegna che l’Italia fu unificata dalla Monarchia e più precisamente da Casa Savoia, l’attualità ci dimostra che l’unità è messa in pericolo dalla repubblica che nel 1970 cominciò a minarla istituendo le regioni ordinarie e che ora tollera che si tenti di trasformare lo Stato Unitario in uno Stato federale.

Con procedimento inverso a quanto abitualmente avviene nella costruzione di Stati federali che si formano con l’aggregazione di territori spinti da interessi comuni o da fattori contingenti (si pensi agli Stati Uniti d’America, alla Svizzera dei Cantoni, alla Germania dei Länder, all’Olanda dei Fiamminghi e Valloni e più recentemente alla Malesia) in Italia accantonata la provocazione leghista del separatismo (insensata e risibile anche solo nella sua enunciazione) si tende a costruire uno Stato federale per disgregazione dello Stato unitario.

Per tentar di realizzare tale deprecabile progetto i suoi fautori si muovono su due fronti: attacco all’Italia unita, a partire dal Risorgimento, ed alla sua artefice Casa Savoia, e contemporanea esaltazione (parlare di rivalutazione è chiaramente eccessivo ed antistorico) delle amministrazioni precedenti, in particolare di quelle borboniche, asburgiche e papaline.

L’unità d’Italia comportò tra l’altro comunanza per tutti gli abitanti degli Stati che la composero, di lingua, leggi, ordinamento amministrativo, finanze, scuola, sanità, leva militare obbligatoria, moneta e via via, sino ad una Bandiera ed un inno nazionale comuni.

Abolita la leva militare obbligatoria, utile anche ad amalgamare giovani provenienti dalle diverse parti d’Italia, gli attacchi sono ora partiti contro la lingua italiana che vorrebbero sostituita o quanto meno affiancata dai dialetti locali, contro la finanza che si vuole regionale in base al principio che le regioni povere devono diventarlo sempre di più, al Tricolore, simbolo della Patria, che si vorrebbe in un con l’Inno nazionale (attualmente quello di Mameli) sostituiti da bandiere e musiche locali, ecc., ecc.

Talune di tali assurde pretese dirette a disgregare l’unità nazionale, rimarranno semplici provocazioni ma il fatto che vengano lanciate da un partito al governo le qualifica come pericolose in quanto capaci di incidere nei pensieri e nella mente dei più deboli.

L’Italia unita, voluta e realizzata da Casa Savoia, dopo 65 di repubblica seguiti agli 85 di Monarchia, presenta crepe che vanno stuccate ed eliminate; un forte collante a tal fine potranno essere le celebrazioni del 2011, che dovrebbero comprendere la tumulazione nel Pantheon in Roma dei due Re e delle due Regine d’Italia attualmente sepolti all’estero, atto doveroso verso la Dinastia di Savoia che fortemente volle, perseguì e conseguì l’unità della Patria.

Non venga persa l’occasione!


Tratto da : Italia Reale

sabato 8 maggio 2010

"Noi leghisti i veri eredi dei Mille"

"Noi leghisti i veri eredi dei Mille"

“Il mio avo partecipò alla spedizione con Garibaldi”

6 maggio 2010

Michele Brambilla intervista

Ettore Pirovano, presidente della provincia di Bergamo

Nello stemma di Bergamo c’è la scritta «Città dei Mille» perché nessun’altra città ha dato tanti uomini alla spedizione: 174. Ma forse ora uno di quei 174 - Giovan Battista Asperti - si sta rivoltando nella tomba, dov’è sepolto con tanto di monumento. Un suo discendente, Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo, è un leghista di quelli tosti: «Sono stato secessionista, ma sono sostanzialmente federalista» ha confidato due anni fa all’Eco di Bergamo. Sessant’anni, diplomato geometra, di professione consulente gestionale, è stato sindaco di Caravaggio (dove ha avuto qualche grana per aver costruito una «scuola elementare padana») ed è anche deputato. In casa tiene su un piedistallo un quadro con una foto dell’augusto antenato e un pezzo della sua divisa.

Presidente, chi era Giovan Battista Asperti?

«Nato a Bergamo, mio trisavolo da parte di mamma. A 18 anni disertò dall’esercito sabaudo per arruolarsi nei Mille. Fu condannato a morte in contumacia e riabilitato quando i garibaldini passarono da avventurieri e briganti a salvatori della patria ».

Lei è leghista, ma ne conserva le reliquie.

«Ma certo. In casa se ne è sempre parlato come di un eroe. Ho anche il documento della sua pensione e una lettera che gli scrisse Garibaldi. E sa perché gliela scrisse?».

Brancolo nel buio.

«Perché siccome chi aveva partecipato alla spedizione dei Mille aveva diritto appunto a una pensione, si presentavano in massa a dire: c’ero anch’io! E siccome Garibaldi non poteva ricordarsi tutti, chiedeva informazioni a quei pochi che conosceva. Questo per dire che già allora si inseguivano le finte pensioni».

Faccia capire: come mai lei conserva le reliquie e ne parla come di un eroe? Dovrebbe detestarlo, con tutti i terroni che hanno portato su i Mille.

«Ma allora non c’era il concetto dei terroni, per il semplice motivo che qui nella Bergamasca nessuno li aveva mai visti. E comunque io considero il mio trisavolo un eroe. Anzi, sa che cosa le dico? Fu un leghista ante litteram».

Leghista uno dei Mille? Questa la deve spiegare.

«Senta, non facciamo retorica sullo spirito unitario di quei ragazzi. Allora non si sapeva niente di politica, non c’erano i giornali, non c’erano la radio e la tv, la gente passava tutta l’esistenza senza uscire dal proprio comune. C’erano i racconti delle osterie, e da quei racconti non veniva fuori lo spirito unitario, anzi: qui i piemontesi erano visti come degli invasori e detestati. E infatti il mio trisavolo disertò».

D’accordo. Ma perché dice che la scelta di andare con Garibaldi fu una scelta «leghista »?

«Perché leghista era lo spirito di avventura, il desiderio di andare a liberare popoli che - gli avevano raccontato - erano oppressi. Di fronte a quei discorsi molti bergamaschi risposero “presente”: le camicie rosse furono tinte qui in provincia, a Gandino. Fare del bene è nel Dna bergamasco. Lo sa che siamo sempre i primi nella donazione di sangue e di organi? Una volta a Roma l’Avis mi ha invitato a parlare e uno del pubblico ha gridato: bravi, grazie, ma adesso basta donarci il sangue se no ci tocca andare a lavorare».

Quindi il suo trisavolo non sapeva nulla di politica ma partì per pura generosità?

«E per spirito di avventura, come le ho detto. Lei immagini quei ragazzi bergamaschi che scendevano dalle valli e che si sentivano dire che avrebbero imbracciato il fucile contro il tiranno e visto il mare per la prima volta in vita loro».

Sta dicendo che c’è troppa retorica, sui Mille?

«Sto dicendo che non si può pretendere una memoria condivisa con le figurine dell’Ottocento. Bisogna fare ragionamenti più complessi, spiegare che i Mille non parlavano neanche italiano, che furono usati dai Savoia per fare il lavoro sporco gestendo i plebisciti con le baionette, che furono prima vilipesi e poi esaltati. L’Italia di allora, per il popolo, era l’Italia dei Comuni: il patriottismo del 1860 non può essere rappresentato con quello che le istituzioni canoniche vogliono rappresentare oggi. Io sono per l’Unità della dignità della gente, e quella non la si ottiene con la retorica, ma con i fatti. E i fatti oggi sono il federalismo».

Volevo chiederle se, come presidente della Provincia, organizzerà qualche celebrazione per l’Unità, ma forse è meglio che lasci perdere.

«Parteciperò a quello che c’è già. Certo non sarò il promotore di nuove iniziative. Anche perché non ce n’è proprio bisogno».

Pubblicato su : La Stampa di Torino


Riflessione

A parte il poco rispetto dimostrato dal Presidente Ettore Pirovano di Bergamo per il suo Avo, che può essere considerato un fatto privato e non influente, vale la pena focalizzare i criteri del leghista-pensiero espressi in quest’occasione in particolare, ma sempre ricorrenti per dar forza ad un programma, quello “padano-leghista” che altrimenti risulterebbe pieno di nulla e di errori.

Il Sig. Ettore, deve necessariamente scagliarsi contro qualcuno, in questo caso i Piemontesi, e naturalmente i terroni. Poi vero lievito dell’impasto, è l’ignoranza, non la sua, per carità, quella del popolo usato, e chiaramente ormai non più in vita, in modo da non aver testimoni che possano tirargli le orecchie.

Ecco, con questa miscela, e potendo contare su una Repubblica di scandali, polemiche e corruzione, che ha l’interesse a fomentare questi odi per continuare a far affari nella confusione che ne deriva, Questi “personaggi” possono tutto… anche permettersi di diventare Presidenti di Provincia.

08.05.2010 - Alberto Conterio

sabato 24 aprile 2010

Ma quale Unità d'Italia !

Dover quasi prendere le parti della Sig.ra Bresso, mi pesa un tantino, ma l’Unità della nostra Patria vale molto di più, quindi…

Nell’articolo di martedì 20 aprile ho letto con stizza quanto affermato da Andrea Delmastro, che peraltro stimo molto per i suoi interventi sulla stampa locale sempre precisi e costruttivi.

E’ indubbio che 12.000 Euro per finanziare le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia dalla Regione Piemonte per la nostra Provincia, siano poca cosa, ma occorre sicuramente fare delle considerazioni e riflessioni in merito :

- la Presidente Bresso, con la sua giunta, è stata l’unica in Italia ad aver “programmato” una serie di iniziative (criticabili o meno) in merito con qualche mese di anticipo. Questa è già una grande cosa, considerando che ancora in data ottobre 2009, il Comitato dei Garanti preposto a quest’onere a livello nazionale, navigava a vista e non aveva le idee tanto chiare, peraltro ribadito proprio ieri in data 22 aprile 2010, da Gianfranco Fini, nel direttivo “speciale” del Pdl !

- viene da chiedersi, quanto questi fondi, siano stati “reclamati” dal Presidente Simonetti per la nostra Provincia, dal momento che agli esponenti di spicco della Lega Nord, la sola parola “Italia” mette l’orticaria.

- se per un attimo poi, pensiamo a quanti soldi avrebbero potuto giungere in gentile omaggio dalla Regione Piemonte, se al posto della Bresso, avessimo avuto già il “nostro” nuovo Presidente della Provincia Cota, l’orticaria verrebbe a noi, …ne sono certo.

Comprendo che essendo Voi Sig. Delmastro, uomo di “destra”, la “sinistra” debba essere sempre e comunque contrastata anche quando sconfitta, ma questa volta mi pare fuori luogo, perché ritengo che sull’argomento, visto l’attuale vertice istituzionale dovremmo ancora vederne delle belle !

Per concludere, un ultimo appunto desidero farlo, una considerazione che sento il dovere di fare innanzitutto come italiano. Il programma provinciale stilato e “bocciato”, mi è sembrato in linea - purtroppo - con il finanziamento che ci verrà elargito. Anzi per dirla tutta, 12.000 Euro per commemorare l’Unità d’Italia senza far menzione anche per errore, a Vittorio Emanuele II di Savoia Padre della Patria, mi sembrano anche troppi !

Abbiamo infatti il dovere - visti i tempi - di spendere i danari pubblici necessari, avendo cura possibilmente di non farli transitare nel tritacarne della censura.


23.04.2010 - Alberto Conterio

Delegato di Alleanza Monarchica - Stella e Corona